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Usa and guns

La lotta alle armi di Obama?
Tutto fumo, niente arrosto

Il presidente ha fatto leva sulle emozioni e sullo sdegno dell'opinione pubblica e ha lanciato la sua sfida (di facciata) al Congresso

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

La lotta alle armi di Obama?
Tutto fumo, niente arrosto

 

 

Obama ha puntato sulle emozioni, sulle letterine dei bambini, sull’ovvio dolore e anche sdegno e raccapriccio dell’opinione pubblica per lanciare la sua sfida al Congresso, con le famose 23 disposizioni urgenti da votare al più presto per impedire il ripetersi di stragi tipo quella dei 20 scolaretti del Connecticut e delle sei maestre. E’ stato anche onesto nel dire che “non ci sono leggi che elimineranno del tutto il pericolo di altre sparatorie folli”. Ma è stato soprattutto intelligente nell’esporsi con grande visibilità su questa questione, che gli procura punti di popolarità nei sondaggi senza fatica e senza spendere capitale politico. Come la visita da leader super partes, partecipe dei drammi nazionali, nel New Jersey del repubblicano Chris Christie dopo l’uragano Sandy appena prima del voto. Una apparizione che l’ha aiutato a strappare il bis. Questa è politica, e saperla fare a puntino anche cogliendo al volo i colpi della sorte  è una virtù che ci guardiamo bene dallo sminuire: conta vincere, lui ha vinto, giù il cappello. 

Detto questo, poi ci sono i fatti. E più si va nel concreto nel cercare di capire l’efficacia delle misure di divieto delle armi sulle quali si è più o meno tutti condiscendenti (perché “qualcosa va fatto”, che diamine!) più si deve prendere atto, e ci aggiungo un purtroppo perché sarebbe bello che non fosse così, che è tanto fumo e poco, anzi niente, arrosto. 

Nel 1994 era già stata introdotta una legge che vietava le armi cosiddette d’assalto, ossia di “stile” militare. Poiché era della durata di 10 anni, ha consentito poi di soppesare i suoi effetti. La senatrice democratica Dianne Feinstein, la firmataria, disse quasi subito che i primi studi, condotti nel 1997 dai professori Chris Koper e Jeff Roth del National Institute of Justice, provavano che il divieto “aveva diminuito il totale degli omicidi con armi da fuoco”. In realtà, come documenta sul WSJ oggi John R. Lott, ex capo economista della United States Sentencing Commission, i due autori avevano scritto: “Le prove non sono forti a sufficienza per noi da farci concludere che ci sia stato alcun effetto significativo (ossia, che l’effetto sia stato differente da zero)”. Aggiunsero che dopo un periodo più lungo del bando sarebbe stato possibile trovare un beneficio. Ma sette anni dopo, nel 2004, pubblicarono una seconda puntata della loro ricerca, firmata assieme al criminologo Dan Woods, che concludeva: “Non possiamo chiaramente dare alcun credito al bando per la recente caduta della violenza espressa con le armi. E, in verità, non c’è stata alcuna riduzione nella mortalità e capacità di ferire della violenza armata”. 

Da quando il Federal Assault Weapons Ban (la legge del divieto del 1994) è spirato nel settembre del 2004, gli assassini e il tasso di violenze con armi sono scesi. Nel 2003, l’ultimo anno pieno in cui era in vigore il bando, il tasso degli assassinati è stato di 5,7 per ogni 100mila persone, secondo l’FBI. Nel 2011, il tasso è calato a 4,7 per ogni 100mila persone. Da tenere in mente, a proposito delle armi, che solo il 2,6% degli omicidi vengono commessi usando fucili di qualsiasi genere. 

Un altro “dettaglio”, che la NRA (la lobby delle armi) ha enfatizzato nei suoi spot anti divieti, è relativo alle cosiddette “gun free zones”, le zone in cui è vietato portare armi, come appunto le scuole e i loro circondari”. L’intento buonista è di renderle più sicure, il risultato è l’opposto: tranne il caso dell’attacco del pazzo a Tucson (Arizona) di un anno fa, ogni altra sparatoria in pubblico, almeno dal 1950,  che ha provocato più di tre morti è sempre avvenuta in posti nei quali alla gente era vietato portare un’arma da fuoco. Impossibile dire quante vite sarebbero state salvate, se qualcuno presente sulla scena delle tragedie avesse avuto con sé una pistola. Alla Sandy Elementary School di Newtown il primo poliziotto armato ha impiegato 20 minuti per arrivare. E, a proposito di Connecticut, è già nella lista degli stati con le leggi locali più restrittive sulle armi, ma non sono servite. 

Infine, è improprio dire, e pensare, che le armi usate dai civili nei casi di stragi siano “militari”. Sia il fucile Bushmaster usato nel Connecticut, sia l’AK-47 (che ha proiettili più grossi) sono fatti per “sembrare” armi da guerra, ma nessun esercito li userebbe. “Perché usare un semiautomatico Bushmaster per cacciare un cervo?”, è la domanda fatta da tutti. E la risposta di Lott è disarmante: “E’ un fucile da caccia. E’ solo stato fatto per sembrare un’arma militare”. E siccome ci sono anche coloro, moltissimi in America, che portano legalmente un’arma a scopo di difesa personale grazie ad un diritto protetto dalla Costituzione, questi fucili, ed anche varie pistole, sono “semiautomatiche”. Cioè non vanno ricaricate dopo ogni colpo, perché devono essere utilizzate in caso di pericolo davanti a più assalitori, o dopo un primo sparo andato fuori bersaglio. 

di Glauco Maggi

 

 

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