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Nel nome dell'elefante

Avorio vietato negli Stati Uniti, una scelta controproducente: ecco perché

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Avorio vietato negli Stati Uniti, una scelta controproducente: ecco perché

La legge delle “indesiderate conseguenze”, classico corollario della correttezza politica incontinente, ha fatto altre due vittime, a distanza di 10 mila kilometri tra di loro. L’U.S. Fish and Wildlife Service, agenzia federale Usa “dei pesci e della natura selvaggia”, divisione del ministero dell’Interno che gestisce i parchi nazionali e ha il compito di proteggere le specie animali, ha vietato la vendita in America dell’avorio. L’obiettivo e’ di salvare gli elefanti africani, e suona nobile anche se invece la misura e' controproducente. Cominciamo con le prime vittime dirette, i possessori di scacchi artistici, strumenti musicali sofisticati e soprammobili antichi, che saranno ufficialmente colpiti dalla teorica perdita di valore venale dei loro “preziosi” oggetti, non piu’ vendibili perche’ fatti d’avorio, in tutto o in parte: i collezionisti potranno sempre farlo in nero, comunque, e si sa che la merce proibita aumenta spesso di prezzo. La vera vittima della solerzia governativa sono gli animali, l’ambiente naturale, e gli africani cacciatori del Botswana. Lo spiega sul Wall Street Journal Jessica Eaton, che del paese africano e’ originaria.

E’ ovvio a tutti che far sparire dal mercato le pipe e i portaceneri d’avorio antico non fa nulla per salvare un solo elefante (e nemmeno riduce il numero di chi ha il vizio del tabacco), ma molto meno chiaro, per i bene intenzionati sempre arruolabili per le cause sbagliate, e’ la reale condizione degli elefanti “a rischio di estinzione”. “Per cominciare, la maggioranza degli elefanti africani non ha affatto bisogno di essere protetta”, racconta Eaton. In Botswana, paese che ospita un terzo dell’intera popolazione degli elefanti africani, ne vivono 150mila in un territorio che e’ grande come l’area di New York City. Sono troppi, non hanno predatori naturali, e la loro densita’ e’ a un livello non sostenibile. Chi visita il Chobe National Park puo’ constatare la distruzione che i pachidermi hanno fatto all’ambiente dal 1990, quando la popolazione di elefanti della riserva era di poche migliaia di esemplari. Da allora si e’ moltiplicata. Ora la foresta, un tempo rigogliosa, e’ stata semidistrutta dagli elefanti, e gli escrementi infestano le acque e inaridiscono la vegetazione, con il risultato che la fauna tutta soffre di denutrizione nell’habitat non piu’ ospitale.

Se la decisione degli Usa e’ dovuta all’ignoranza sul modo giusto di affrontare un’emergenza ambientale in un piccolo stato africano, affidandosi alla banale soluzione politicamente corretta della preservazione per la preservazione, le colpe del presidente del Botswana Ian Khama sono ben piu’ gravi. In ossequio all’ambientalismo internazionale ha vietato la caccia nelle aree del parco, con cio’ procurando un doppio grave danno. La biodiversita’ naturale sta soffrendo ed e’ in continua riduzione a causa della protezione totale degli elefanti, mentre la loro intoccabilita’, che commuove i verdi, nega alla gente nera del posto una fonte di reddito assai redditizia. “Salvare” gli elefanti in Botswana e’ come se nel Maine volessero “salvare” le aragoste o in Alaska l’halibut. Oggi gli elefanti, non avendo nemici predatori, muoiono solo di vecchiaia o di fame, vittime dell’autodistruzione che loro stessi provocano all’ambiente. La miglior soluzione, scrive Eaton, sarebbe la “caccia selettiva”, cioe’ controllata, che darebbe respiro all’habitat e consentirebbe di ricavare avorio, "materia prima" pregiata. Ma gli animalisti sono una lobby potentissima, e la loro opposizione e’ insuperabile.

di Glauco Maggi
@GlaucoMaggi

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