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Complimenti per la trasmissione

Elementary, la strana eresia di Sherlock Holmes e della dottoressa Watson

Nella nuova versione del detective, il suo partner diventa Lucy Liu

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Elementary, Watson

Che Sherlock Holmes sia un sociopatico tatuato come Antonello Piroso, e che non indossi la mantellina ma t-shirt fighette sotto  sciarpe scozzesi, ci sta. Ci sta.
Ci sta anche che Holmes non viva più nella Londra vittoriana, ma che si trasferisca a New York, ai giorni nostri, come consulente della squadra omicidi. Ci sta, perfino, che sia un ex alcolista-cocainomane appena uscito da un istituto di riabilitazione, una roba tra Morgan e Keith Richards. Ma che il dottor John Watson, ex ufficiale medico nella guerra anglo-boera venga trasformato in un’assistente sociale,  “Joan Watson”; e che questa sia interpretata da Lucy Liu, la cinese delle Charlie’s Angels, be’, onestamente, pare un tantino forzato. Eppure Elementary, la serie della Cbs ideata da Rob Doherty basata sulle avventure di Sherlock Holmes -Raidue, domenica ore 21- nella sua rivisitazione un po’ dadaista pare che in America sia un oggettino di culto. Ora, chi scrive, pur essendo un cultore del cosiddetto “canone holmesiano” di Conan Doyle (fino all’adolescenza ero convinto che esistesse davvero un detective invincibile al 221/b di Baker Street) è apertissimo alla scelta narrativa dell’apocrifo. Anzi, l’apocrifo in Holmes è quasi una cifra estetica. Per esempio era deliziosa Sherlock, la mini serie BBC qui trasmessa su Italiauno, ambientata nell’Inghilterra odierna dove l’eroe usava Twitter e l’IPhone e Watson era un reduce dell’Afghanistan. Però lo Sherlock di Elementary è un eroe stridente col modello originale. Non che le sue storie siano mal scritte. L’altra sera questo Holmes (Johnny Lee Miller) indagava sul caso di due sorelle ereditiere, di cui una feroce assassina coperta da un dottore che, facendola entrare e uscire da un coma farmacologico, le forniva un alibi perfetto. E il detective con la barba incolta, in grado di scorgere tracce di sincerità e betanfetamine nello sguardo di chiunque, riusciva a risolvere il caso.
Ma, sfiancato dalla presenza petulante di una Watson con problemi col suo ex arrivava a dedurre: «É molto che non ci vai a letto? Uno studio dimostra che gli orgasmi di una donna si vedono dall’andatura..». E Watson caracollava. Come caracolla Elementary. Che, in pratica è una specie di  The Mentalist con sprazzi di Desperate Houswife. Carino, ma che c’azzecca col mito di Sherlock Holmes?


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