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Guerra ai jihadisti

Obama e l'Iraq: bullo in casa e codardo con le canaglie

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Obama e l'Iraq: bullo in casa e codardo con le canaglie

Mentre lui è in vacanza a Martha’s Vineyiard il mondo brucia. Ma Obama gioca a golf e va alle feste per raccogliere fondi, e intanto manda altri 130 militari in Iraq. E’ solo l’inizio, poiché le brigate del nuovo stato islamico Isis nascente a cavallo tra Siria e Iraq, il “Califfato” come lo definisce il suo leader Abu Bakr al-Baghdadi, non si fermeranno se non con le armi. E quando l’orrore per la brutalità delle decapitazioni e delle torture a donne e bambini che fa da cornice alla loro avanzata verso Irbil in Kurdistan e alla stessa capitale Baghdad imporrà una risposta dall’unico che può darla, il capo dell’esercito più potente del mondo, Obama si arrenderà. O ai suoi stessi generali e ai “falchi” del partito democratico come Hillary Clinton, per non parlare dei repubblicani John McCain e Ted Cruz, che chiedono da tempo più decisione nell’intervenire. O a AbuBakr al-Bagdadi. Non essendo, quest’ultima, una possibilità accettabile neppure per il presidente più anti-americano della storia, si può prevedere una escalation dell’impegno Usa, sia pure titubante e avvolta nella nebbia di proclami legalistici e di distinguo salva-faccia.

Già il Wall Street Journal scrive oggi, riferendo il pensiero di un anonimo ufficiale della stretta cerchia di Barack, che “non si può andare avanti a fornire dal cielo acqua e viveri ai bisognosi”, e neppure ad usare i raid aerei al risparmio. Ecco perché Obama, tra una buca e l’altra nel green della Portofino del Massachusetts, medita se autorizzare l’invio di truppe sul terreno per aiutare le decine di migliaia di Yazidys intrappolati sulle montagne e minacciati di strage dall’Isis. Alla fine Obama lo dovrà fare, e sarà la sconfessione della politica di non intervento diretto, strombazzata da anni. Barack vorrebbe che anche gli europei si unissero nella discesa in campo con forze di terra, ma dopo anni della sua leadership assente e della teorizzazione del disimpegno Usa, e dopo il fiasco della coalizione occidentale in Libia per non parlare della Siria, Gran Bretagna, Francia e Germania pensano al massimo di armare di più i Kurdi, oltre all’assistenza umanitaria.

Il dramma è che quando si teorizza per anni, in prima battuta per essere eletti ma soprattutto per sincera ideologia contraria al riconoscimento dell’indispensabile ruolo americano di gendarme del mondo, è molto difficile poi vestire la divisa da “presidente di guerra”. E se Obama non è convinto, anzi non ci pensa nemmeno lontanamente, che l’Isis sia la più pericolosa (per ora) metastasi del tumore generato dalla religione di suo papà dopo decenni di incubazione in Medio Oriente, in Asia, e in Africa, e anche in tante moschee dell’Occidente, la sua strategia sarà sempre restia, impacciata, inefficace. Obama crede davvero che l’America abbia tutte le colpe di politica estera di cui lui l’ha accusata nel “giro delle scuse” che fece nel 2009, appena eletto, a partire dal discorso del Cairo per decantare l’Islam “religione di pace”. La percezione netta, nell’osservare il suo approccio alle crisi che scoppiano ovunque, è che Obama non vede il mondo per quello che è, gravido di conflitti a tutti gli stadi storici possibili. Lui ha una lezioncina da professore uguale per tutti, quella che ha di recente esposto anche per l’Iraq, dopo che era fallita in Libia e in Siria: le etnie, le fazioni religiose, le forze politiche, le forze sociali, l’esercito, invita dall’alto Obama, si mettano d’accordo, spartiscano pacificamente il potere, esprimano un governo "inclusivo" (è la sua parola magica).

A Baghdad, il risultato politico è che il governo di Al Maliki si sta sgretolando, e per il posto di premier il presidente irakeno ha nominato un altro sciita, Haider al-Abadi. Per apprezzare il “miglioramento”, basti dire che l’Iran lo ha subito sponsorizzato. E vedere alla guida dell’Iraq una pedina degli ayatollah di Teheran, che notoriamente sono i padrini del dittatore siriano Assad e coltivano il terrorismo antisemita e anti-occidentale puntando a farsi la bomba nucleare per distruggere Israele, è la cartina di tornasole del fallimento totale di Obama in politica estera. Questo presidente è fautore del compromesso e delle trattative in regimi dove il bene e il male vanno separati con l’accetta, rischiando errori strada facendo, ma con in testa il traguardo di una vittoria piena: e annientare subito l’Isis è un dovere che esclude pelosi distinguo, così come gli Usa fecero contro i nazisti. C’è una sola nazione in cui Obama mostra il volto inflessibile del politico che non tratta con i nemici e che vuole imporre la propria linea di sinistra senza avere i voti. Che vuole dal GOP una resa senza condizioni. Che alza la voce fino a farsi beffa delle regole costituzionali. Obama fa il bullo negli Stati Uniti d’America, e non rispetta il Congresso che è il cuore di una democrazia più che bicentenaria. In trasferta, mettendo in pericolo il mondo libero, subisce il bullismo degli stati canaglia.

di Glauco Maggi
twitter @glaucomaggi

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Commenti all'articolo

  • biasini

    14 Agosto 2014 - 09:09

    Sono ignorante, ma che minchia è 'sto GOP?

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