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I liberal del presidente

I transfughi di Obama: da "evviva al socialismo" a "privato è bello"

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

David Plouffe

Dove finiscono i liberal del team Obama? Passano con naturalezza dall’uber-statalismo al “capitalismo e’ bello, evviva il mercato!” La presidenza di Barack ha ancora due anni abbondanti davanti a se’, ma tra i suoi previdenti compagni di merende progressiste alla Casa Bianca di questi anni e’ una teoria di riciclaggi professionali, ovvi nella sostanza quanto stridenti nel merito (ma non sorprendenti, in verita’: i liberal sono contraddizioni che camminano e respirano come normali esseri umani) . Per campare, infatti, bisogna pur avere un lavoro. Ma non e’ obbligatorio, dopo aver predicato le virtu’ del grande governo e delle uber-regolamentazioni, e dopo aver messo in croce gli imprenditori perche’ cercano di ottimizzare i profitti delle loro aziende (creando quei lavori veri che i superstimoli democratici non hanno creato) saltare il fosso clamorosamente e mettersi a libro paga dei “nemici”. Invece, e’ quello che fanno con sfrontatezza.

L’ultimo della lista “dei transfughi dal socialismo obamiano”, o “degli illuminati sulla strada del business privato” se vogliamo metterla in positivo, e’ nientemeno che David Plouffe. Stratega politico delle due campagne del 2008 e del 2012 per far vincere Obama, Plouffe e’ stato l’ispiratore, tra i mille altri slogan populisti, della famosa uscita di Barack per dileggiare i capitani d’industria che hanno sfondato, piccoli o grandi: “Se avete un’impresa di successo non l’avete creata voi, e’ lo Stato che paga i maestri, che fa le strade eccetera eccetera”. Ora e’ diventato il responsabile strategico di Uber, la piu’ innovativa e, da sinistra, controversa societa’ americana. “Abbiamo bisogno di qualcuno che capisce di politica ma che ha anche la strategica capacita’ e forza nel suo <motore> per reinventare il modo con cui una campagna deve essere condotta”, lo ha presentato il fondatore della start up Travis Kalanick.

Il campo d’azione di Uber e’ globale, e la sua “semplice” missione e’ di fare soldi offrendo un servizio di trasporti, basato sulla rete di Internet e su un network di autisti free lance, alternativo a quello dei taxi. Ovunque i tassisti sono regolamentati/protetti dai politici delle loro municipalita’, organizzati in corporazioni a numero chiuso di licenze e con un regime di prezzi fissati dall’alto. Uber, nata a San Francisco solo 4 anni fa, sta gia’ fiorendo in centinaia di paesi lottando contro i cartelli e quindi a vantaggio dei consumatori. Il suo visionario inventore Kalanick, alle prese con le resistenze dello status quo del settore, ha avuto la brillante idea di offrire la carica di consigliere strategico a Plouffe, che ha accettato con entusiamo. “Uber ha la chance di essere una compagnia che nasce una volta ogni dieci anni, se non in una intera generazione”, ha detto Plouffe dopo aver firmato il contratto. “E’ certo che Uber e’ una minaccia per qualcuno, e io ho assistito a come il cartello del settore dei taxi ha cercato di opporsi alla marcia della tecnologia e del grande cambiamento. Alla fine, questo loro approccio non puo’ vincere”. Da applaudire. E infatti gli editorialisti del Wall Street Journal, puristi del free market, lo hanno irriso cosi’ : “Noi non avremmo potuto dirlo meglio, ed e’ bello vedere chi ha fatto eleggere il presidente piu’ ostile al libero mercato dopo Richard Nixon cantare le virtu’ della concorrenza negli affari”.

Se Plouffe e’ il caso di cronaca di questa settimana, in vista c’e’ un altro grande annuncio di conversione sulla via del profitto privato: la Apple sta valutando infatti l’assunzione di Jay Carney, che e’ stato il capo ufficio stampa di Barack fino al maggio scorso, per il posto di responsabile della comunicazione. Sara’ divertente sentire come Carney difendera’ la consolidata pratica della societa’ californiana, che e’ comune a tante corporation americane, di tenere fuori del paese i profitti che sono realizzati all’estero. La mossa fiscale, in difesa degli interessi degli azionisti, permette alla Apple e a tutte le altre imprese Usa di evitare le tasse che Washington impone sugli utili quando sono rimpatriati: e’ una misura vessatoria che solo gli Usa hanno, e che di fatto impone un incremento di imposte poiche’ le societa’ Usa gia’ devono pagare le tasse del paese in cui operano. Carney sara’ nel giusto nel difendere le ragioni del suo nuovo datore di lavoro, ma e’ lo stesso Carney che, per difendere il suo precedente boss amante delle tasse, doveva accusare questa pratica legalissima come “non patriottica”, da non fare.
E Peter Orszag? Altro uomo del presidente nella carica di capo del budget all’Ufficio del Management e del Bilancio della Casa Bianca, oggi e’ un executive di alto livello alla Citigroup.

Indimenticabile, infine, Tim Geithner, ministro del Tesoro nel primo mandato di Barack. Dove si e’ accasato dopo aver lasciato Obama, colui che ha impostato tutta la campagna per la rielezione nel 2012 criminalizzando l’avversario Mitt Romney perche’ era stato un finanziere di private equity di successo? Alla Warburg Pincus, 47 anni di storia e 35 miliardi di asset, una copia perfetta della Bain Capital fondata da Romney.

di Glauco Maggi
@GlaucoMaggi

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