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Da Kyoto a Lima

Superverde Obama, dittatore ambientalista

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Superverde Obama, dittatore ambientalista

Obama insiste nella sua linea di fare da solo. Se non ha i voti in Congresso, cioè se i rappresentanti regolarmente eletti non la pensano come vuole lui, volta le spalle alla Costituzione e “agisce” con ordini esecutivi e con ogni altro mezzo utile a dribblare il fastidioso ostacolo del consenso. L’ultima sua idea è di promuovere un nuovo Patto Internazionale sul “clima” che rimpiazzi il fallimentare accordo di Kyoto del 1997. E’ bene ricordare che in quella occasione c’era Bill Clinton presidente, con Al Gore al suo fianco. Il governo americano aveva deciso di firmare il testo, ma la Casa Bianca non ci provò nemmeno di metterlo ai voti per la obbligatoria ratifica da parte del Senato. Nel luglio del 1997, il senatore John Kerry (oggi segretario di stato) e il senatore Chuck Hagel (oggi ministro della Difesa) passarono, assieme ad altri 93 colleghi – quindi con un voto plebiscitario di 95 a zero su 100 - la risoluzione, primo firmatario il senatore democratico Robert Byrd, che chiedeva al Senato di NON ratificare il Trattato di Kyoto. La motivazione addotta al tempo vale ancora oggi, come riportato nel testo della risoluzione: “James Hansen, membro della amministrazione dello spazio e dell’aeronautica e architetto capo del modello del global warming su cui ci si è basati finora per aumentare la preoccupazione per il riscaldamento globale, ha recentemente affermato: Le forze che guidano cambi di lungo periodo nel clima non sono ancora note con una accuratezza sufficiente a definire futuri cambi di clima”. 

Se si considera che le rilevazioni sul riscaldamento della crosta terrestre negli ultimi 17 anni, curiosamente proprio a partire da quella NON ratifica americana per fondato scetticismo, hanno poi segnalato uno stallo costante, cioè non è cresciuta affatto la temperatura, è ancora validissimo oggi l’approccio di prudente attesa del Senato sotto la presidenza clintoniana. Ma adesso il superverde Obama medita un “colpo di Stati”. Il suo staff ambientalista sta lavorando di concerto con gli “ambasciatori” del clima dei paesi reduci delusi di Kyoto per dare vita a misure “governative” che non debbano passare sotto il giudizio del parlamento americano. Una bozza verrà elaborata in settembre, con incontri ai margini dell’Assemblea delle Nazioni Unite, per essere messa nero su bianco al prossimo meeting sul clima a Lima, in Perù a dicembre, e finalmente approvata nella solenne convenzione di Parigi che è in calendario per il 2015.

L’escamotage del “dittatore climatico” Obama consiste nel concordare con i partner che ci stanno riduzioni di consumo di carbone e altre regolamentazioni restrittive e punitive delle aziende energetiche che sarebbero “aggiunte” ad un vecchio accordo internazionale di oltre 20 anni fa. Ciò eviterebbe, secondo lui, di avere l’approvazione del Senato dove non esiste nemmeno lontanamente la possibilità di mettere insieme i 67 voti della maggioranza qualificata che sono richiesti per l’adesione degli Usa a trattati internazionali. La formula del nuovo patto sarebbe in realtà basata sulla raccolta di impegni volontari, il cui rispetto verrebbe poi verificato in meeting internazionali dove i paesi firmatari devono presentare gli obiettivi raggiunti: chi non ce la fa, viene esposto alla vergogna pubblica. Gli obamiani che lavorano al progetto hanno anche già inventato il titolo, “shame and name”, “ vergogna e identificazione” per i paesi trasgressori. L’idea di Obama ha subito sollevato l’oltraggio dei repubblicani in parlamento, che faranno di tutto per contrastare questa strategia. “Sfortunatamente, questo sarebbe un altro dei molti esempi della tendenza dell’amministrazione Obama di rispettare le leggi che le piacciono, di non farlo per quelle che non le vanno bene, e di ignorare i rappresentanti eletti dal popolo quando non è d’accordo”, ha commentato il senatore Mitch McConnell del Kentucky, leader della minoranza repubblicana in Senato. I senatori democratici degli Stati la cui economia dipende dallo sfruttamento di carbone, gas e petrolio saranno alleati naturali del GOP, se non vogliono rischiare il posto. A Obama non solo mancano i voti repubblicani per la maggioranza qualificata, non ha con sé neppure i 55 senatori democratici, che rischiano di scendere ulteriormente alle elezioni di novembre. La sua mossa, quindi, è essenzialmente ideologica: confida che farsi vedere come campione dell’ambiente gli possa alzare i disastrosi rating nazionali di popolarità che sta subendo in politica estera e in economia.

di Glauco Maggi
twitter @glaucomaggi 

 

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