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Cade l'ultima barriera: donne-marines anche in prima linea

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Cade l'ultima barriera: donne-marines anche in prima linea

New York. Giovedì 24 gennaio il Pentagono annuncia che va in soffitta la vecchia regola che escludeva le donne dai ruoli di combattenti di prima linea sui campi di battaglia. Le soldatesse potranno far parte dei plotoni da combattimento al fianco dei fanti, nel ruolo di medici, di piloti e con altri compiti ancora da stabilire. Non sarà forse ancora una liberalizzazione totale, perché rimarrà la restrizione relativa alla partecipazione ad attacchi con funzioni dirette di scontro armato, ma la rilevante apertura è di sicuro un passo che va nella direzione auspicata dal ministro della Difesa Leon Panetta, che aveva dato ai suoi generali il compito di allargare il ruolo femminile sui campi di battaglia, e come era richiesto da tempo dalle femministe. Lo stesso Chairman del Gruppo Unificato dei capi di staff, generale Martin Dempsey, aveva scritto in un memo del 9 gennaio indirizzato al ministro della Difesa che “è venuto il tempo per tagliare la regola della diretta esclusione delle donne e di eliminare tutte le barriere di genere non necessarie al servizio”. Ora proseguiranno gli studi mirati per capire quali specializzazioni in dettaglio potranno essere coperte dal personale militare femminile. L’argomento è caldo da tempo, e in un precedente blog dello scorso dicembre, che riproduciamo qui di seguito, ne avevamo parlato come di una prospettiva fortemente attesa. 


Le aspirazioni delle donne-soldato 
- Nell’esercito Usa le donne sono oggi 214.098, il 14,6% del totale. Circa 280mila hanno vestito la divisa in Iraq e Afghanistan, dove 144 di loro sono morte e 600 sono rimaste ferite. A centinaia hanno ricevuto il “Combat Action Badge”, un riconoscimento assegnato a chi si è attivamente impegnato contro un “nemico ostile”. E due di loro, il sergente Leigh Ann Hester e la specialista Monica Lin Brown hanno meritato le Silver Stars, le stelle d’argento, che sono l’onorificenza più alta per il valore data dal Pentagono. Eppure, almeno ufficialmente, la legge vieta alle donne di partecipare in prima fila alle azioni di combattimento ingaggiate con il nemico. Ora montano le pressioni perché il divieto, ritenuto anacronistico dalla maggioranza degli esperti militari e dagli alti gradi delle Forze Armate, venga formalmente fatto cadere, ma il Congresso insiste a mantenerlo, anche se un recente sondaggio ABC tv-Washington Post ha rilevato che gli americani sono a favore della presenza femminile nelle unità da combattimento con una percentuale di 3 su 4 (il 74%). 


Chi si oppone alla modifica di questa politica restrittiva in Parlamento, che era stata sostenuta tra gli altri dall’allora senatore Rick Santorum e dal deputato Duncan Hunter quando era a capo della commissione per i Servizi Militari alla Camera, entrambi repubblicani, cita in sostanza tre argomenti: 1) che le donne non possono avere i requisiti fisici richiesti per la battaglia, 2) che il loro inserimento nelle unità da combattimento  avrebbe l’effetto di minare la coesione di queste truppe e la loro preparazione operativa, 3) che, semplicemente, la prima linea non è posto per le femmine. 


In un articolo su Foreign Affairs (Let Women Fight-Ending the U.S. Military’s Female Combat Ban, Lasciate che le donne combattano- Porre fine al divieto femminile al combattimento nell’esercito Usa) , Megan H. Mackenzi, esperta dell’Università di Sidney e autrice di un libro sul tema (Female Soldiers in Sierra Leone: Sex, Security, and Post-Conflict Development; Donne soldato in Sierra Leone: sesso, sicurezza e sviluppo post bellico) offre vari argomenti alla tesi “egualitarista”. Sulla caduta di coesione, la giornalista cita uno studio del Palm Center , pubblicato nel settembre 2012 e che era stato condotto tra i militari Usa nel 2011, relativo al primo anno successivo all’annullamento della DADT (Don’t  Ask, Don’t Tell, Non chiedere, non dire). La legge, firmata da Bill Clinton, consentiva agli omosessuali di far parte delle forze armate ma solo in segreto, vietando ai reclutatori di chiedere e agli aspiranti soldati di dichiarare il proprio orientamento sessuale. La abolizione del DADT, ossia il diritto dei gay di partecipare a pieno titolo alla carriera in divisa, “non ha provocato in generale alcun impatto negativo sul livello di preparazione militare né sugli aspetti che la determinano, compresi la coesione, il reclutamento, la permanenza in servizio, le aggressioni, gli atti di molestie sessuali o il morale”. La ricerca ha anche provato che in generale la fine della DADT “ ha migliorato la capacità dell’esercito di perseguire le sue missioni”. 


Quanto alla predisposizione “naturale” delle donne alla battaglia, va ricordato che il servizio è volontario, e che c’è quindi una iniziale autoselezione di propensione personale per il ruolo e per il rischio. L’ammissione, poi, si basa anche su prove fisiche e psicologiche che finiscono con lo scegliere una classe di “individui”, maschi e femmine, che sono mediamente più forti e resistenti della media della popolazione. Per di più, la guerra è sempre meno convenzionale, cioè non prevede, se non in minima parte, attacchi di truppe all’arma bianca alle trincee nemiche. L’esposizione al rischio delle formazioni di “sostegno”, a cui sono già oggi ammesse le donne in numero crescente, è dimostrata dalle centinaia di vittime. Quindi, dicono gli avvocati della parità assoluta, il bando residuo è diventato ormai solo un ostacolo alla piena carriera delle donne. Infatti, siccome sono precluse solo dall’imbracciare il mitra nei pattugliamenti come fanno i loro colleghi, vengono, e si sentono loro stesse, considerate di serie B anche se rischiano (quasi) come i maschi. Tecnicamente parlando, altro fatto innegabile, hanno dimostrato di non avere limiti di sorta entrando nei ranghi dell’aviazione, fino al seggiolino dei jet figher, gli aerei da caccia. Ce ne sono già 70, su 3700 piloti in totale, ed è impossibile non ammettere che, per quel compito, bisogna avere due p….e così.

twitter @glaucomaggi

 

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