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Narrativa italiana

Christiane F. di Sicilia

Un intenso, profondo romanzo di Veronica Tomassini. Vite di emarginati e di piccoli uomini in una Siracusa che nessuno aveva mai raccontato così

6 Settembre 2014

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Christiane F. di Sicilia

Veronica Tomassini

Pochi giorni fa mi è stato chiesto dal giovane e assai promettente scrittore Giovanni Cocco quali fossero i libri che più mi erano piaciuti quest'anno. Gliene ho detti due o tre, e uno di questi è Christiane deve morire (Gaffi editore). L'autrice è Veronica Tomassini, che debuttò nel 2010 con il romanzo Sangue di cane (Laurana editore) sotto gli auspici di un talent scout come Giulio Mozzi. I temi di questa scrittrice si fa presto a dirli, perché sono l'emarginazione e il male di vivere di categorie umane fatte soprattutto di disadattati. Gente che non rientra in quelli che consideriamo i canoni del buon vivere in società. Nel romanzo precedente si trattava di immigrati, soprattutto polacchi, e di barboni. A parte il titolo, che continua a piacermi poco, quel libro mi piacque molto: la Tomassini ha un talento vero, scrive benissimo, ha una prosa personale e incalzante, ti lascia a tratti col fiato sospeso. Parliamo allora del suo nuovo lavoro. Intanto, il luogo di svolgimento dell'azione è ancora Siracusa, ma una Siracusa molto lontana dagli aggettivi che solitamente l'accompagnano. Non è, questa, la Siracusa culla di civiltà della Magna Grecia; non è la Siracusa da cartolina, quella delle strade ben spazzate dell'isola di Ortigia (perlomeno quelle percorse dai turisti), quella dei più bei tramonti del Mediterraneo.

In Christiane deve morire non c'è (e lasciatemi dire "per fortuna") una trama molto complessa, anzi. È la cronaca quotidiana di una donna, una giornalista collaboratrice di un quotidiano locale e chiamata sempre per cognome, Varrani, la quale si arrabbatta per trovare notizie provenienti da un campo rom. Il suo direttore, un uomo cinico e di modeste qualità, non fa che spronarla a trovare misfatti compiuti in quella sgangherata comunità, nell'intento di cavalcare i luoghi comuni che, almeno secondo lui, fanno tanto colpo sui lettori. Ma, poiché la giornalista non lo soddisfa, la accusa di "vomitevole pietismo" verso i rom. La protagonista, che è stata abbandonata dal marito, descrive invece il lato umano dell'accampamento, di certo non un modello di convivenza. Ci sono personaggi come Skender, dalla Macedonia, un commerciante sui generis, come Rusca, detta la tigre, donna dalla passionalità violenta, come Tibor, un ragazzotto che sta diventando uomo. Il luogo, disertato da tutti tranne che dalla "redaktora", è una summa di sporcizia, puzza, trasandatezza, rapporti feroci. Ma è anche un luogo reale, dove Varrani finisce sempre per rifugiarsi, in alternativa alla meschinità e alle ristrettezze mentali dei suoi colleghi, specie di burocrati della notizia, rassegnati a un miserabile opportunismo e a un pusillanime tirare a campare.

Come se non bastasse, Varrani è perseguitata dal suo passato, dalla sua adolescenza e dai suoi vent'anni, anche questi passati, come se una forza inesorabile ce la tirasse sempre dentro, in mezzo a coetanei disgraziati, destinati al fallimento. Tomassini scrive: "A nord della città di Siracusa c’era una collina di cemento, la chiamavano Mazzarruna. Un fortino marginale di disadattati che si facevano di polvere bianca". E poi: "Anche a me manca parecchio. L’altro, o la mia giovinezza tradita. Sono tornata a Mazzarruna. Ho ritrovato intatte le case gialle e i falansteri di Buzzati, li ho riveduti simili, topaie in serie, promiscuità e tanfo di umori indicibili che promanano dalle rampe, promontori secchi e duri su monti di lamiera, tunnel fangosi confusi tra le steppe, sentieri di borragine o spuntoni di cardi, la luce degli iris, il loro azzurro innocente, il mare, la ferrovia. Guardavo verso i calanchi, l’abisso e la linea sulle fabbriche – l’orizzonte – dove finivano i soliti fumi delle torrette. Era la stessa terribile scure da cui osservavamo la vita svolgersi stoltamente, la immaginavamo così parziale e persino azzimata ingiustamente, io e i compagni".

È l'orrore dell'alienazione precoce, che sfocia nella tossicodipendenza. I personaggi, qui, sono Alfredo, che riuscirà a disintossicarsi e a trovare un lavoro decente, ma anche Filippo u pazzu, morto a 23 anni, e Massimo, dall'animo sensibile ma dal vizio inarrestabile. E poi Cetty, la bella, che se ne frega di tutto, si vende e si ricicla, si trascina per una strada che tuttavia la porterà fuori di lì. Varrani bambina, alter ego della scrittrice, è stata segnata profondamente dalla lettura di "Christine F. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino", un classico della narrativa sul disfacimento da droghe pesanti, di cui molti forse ricorderanno anche il bellissimo, allucinato film uscito nel 1980. Come se il Nord dell'Europa e il Sud estremo fossero accomunati in uno stesso maleficio, l'autrice scrive: "I pomeriggi in discoteca erano quelli del sabato e della domenica. Alfredo aveva una vecchia Fiat Panda. Non so dove l’avesse pescata, non era sua. Aveva un paio di amici che si facevano invece di Lsd. Uno ebbe il suo trip di terrore e non ne uscì più. Prese a correre, dicono che ancora oggi non abbia smesso e lo devono tenere. Christiane non insegnò buone cose. Era un diario maledetto, il Bahnhof Zoo, i suoi cessi pubblici, l’ago in vena, infilzato nel collo, le piste, il metadone. Vorrei gridare, devo liberarmi. Christiane deve morire una volta per tutte".

Varrani non ha amici. Quelli che aveva li ha persi. Vaga sperduta in un centro commerciale. Ma, su un piano narrativo parallelo, il lettore s'imbatte in un ulteriore personaggio fallito e senza futuro. Un omino grigio, triste e ordinario, che appare spesso alla finestra di un palazzo di fronte alla redazione. Con lui Varrani s'intestardisce a comunicare, prefiggendosi l'assurdo compito di tirarlo fuori dalla sua condizione dimessa e insensata e di coinvolgerlo addirittura nella realtà alternativa del campo nomadi. Impresa in parte riuscita. Ma, ci si può chiedere, a che scopo?

Questo è uno, ma non l'unico, enigma tra quelli che Tomassini dissemina e lascia all'interpretazione del lettore. Chiunque volesse ravvisare in questa narrazione un'indulgenza a temi e descrizioni morbose, non coglierebbe (a mio modesto avviso) il punto. È pur vero che la scrittura batte parecchio sul disfacimento, sul fetore, sul ribrezzo che riverbera da persone condannate o autocondannate al deperimento fisico e morale. Ci sono però, a riscatto, una dolcezza e una pietà di chi sta, cristianamente, dalla parte dei vinti.

Sono stato una volta a Siracusa per incontrare di persona Veronica. Mi è parsa una donna bella e tormentata, quasi completamente devota alla scrittura. Avevo letto molti suoi articoli pubblicati sul quotidiano "La Sicilia" e mi erano parsi lucidi e appassionati. Adesso la leggo sul Fatto Quotidiano, di cui è una specie di corrispondente da quell'angolo di Sicilia che è, non dimentichiamolo, non solo una provincia ai margini, ma anche un crocevia di traffici umani. Credo che, come scrittrice, meriti molto e che vada premiato il suo coraggio di non cedere di un millimetro a compromessi commerciali. E poi, fa sempre piacere, nel pesante appiattimento o nella noia cervellotica delle nostre lettere contemporanee, trovare una voce così originale, così autentica, così sferzante.

 

 

 

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Paolo Bianchi

Paolo Bianchi

Paolo Bianchi è nato a Biella nel 1964. Ha pubblicato "Avere trent'anni e vivere con la mamma" (Bietti, 1997), "Uomini addosso" (ES, 1999), "Il mio principe azzurro" (ES, 2001, con Igor Sibaldi), "La repubblica delle marchette" (Stampa alternativa 2004, con Sabrina Giannini), "La cura dei sogni" (Salani, 2006), "Per sempre vostro" (Salani, 2009), "Inchiostro antipatico. Manuale di dissuasione dalla scrittura creativa (Bietti, 2012). Ha scritto per riviste e quotidiani, fra questi ultimi "Il Foglio". "Il Giornale" e, dal marzo 2010, "Libero". Lavora anche come traduttore letterario.

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