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Diari d'America

Obama e la coalizione "flop" anti-Isis

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Obama e la coalizione "flop" anti-Isis

New York. Ma dov’e’ mai la “grande coalizione” che Obama ha detto di guidare, nel discorso della “guerra che non e’ una guerra” di mercoledi’ notte? Strombazzato addirittura come un compatto esercito di 40 alleati convinti di seguire l’America, ora che il presidente ha detto di “guidare da davanti” e non “da dietro” come avvenne in Libia, il gruppo dei “volonterosi” non e’ nemmeno un’armata Brancaleone. Non e’ proprio niente, almeno per ora.

Il grosso dovevano essere i 28 membri della Unione Europea, ma si sa che cosa rappresenti davvero questa “realta’ unitaria” quando si tratta di decidere qualche iniziativa di politica estera comune. Figuriamoci in caso di sforzo militare: ognuno fa per se’. Cosi’, la Germania ha gia’ escluso di prendere parte a eventuali raid aerei, mentre la Gran Bretagna, la piu’ vicina agli Usa, “non lo ha escluso”. La Francia? Forse, si vedra’. Per l’Italia Renzi ha solo detto l’ovvio all’incontro della Nato in Galles: “Siamo parte della coalizione internazionale”. L’altro tronco dello schieramento, quello che piu’ interessava a Obama, era il mondo arabo e musulmano. Ma anche da quel fronte e’ venuta una reazione raggelante.
Il New York Times ne ha preso atto, sbattendo in prima pagina il resoconto del sostanziale fallimento della missione del segretario di Stato John Kerry dopo il primo giro di colloqui con i potenziali “arruolandi” nel mondo arabo. Qualche parola di simpatia, ci mancherebbe altro, ma niente di concreto. L’Egitto, la Giordania e la Turchia, che pure sono tra gli alleati storici di Washington, si sono ben guardati dal promettere aiuti specifici di alcun genere.

Al Cairo, semplicemente, non si fidano di Obama dopo il trattamento riservato a Mubarak e la ambivalenza nei rapporti con la Fratellanza Musulmana e con i militari che hanno poi ripreso il potere con il colpo di Stato. “Come studioso del terrorismo negli ultimi 30 anni, ho paura della formula sostenere gli sforzi americani. E’ molto pericolosa”, ha detto Diaa Rashwa, esperto al Centro Al Ahram per gli Sudi Politici e Strategici, un ente del Cairo finanziato dal governo egiziano. La Giordania ha detto che e’ focalizzata nella ricostruzione della Striscia di Gaza. La Turchia e’ paralizzata dal fatto di avere 49 funzionari turchi catturati in Iraq dall’ISIS, e l’ultima cosa che vuol far credere e’ una sua “discesa in campo” contro gli estremisti. E al meeting di Jedda in Arabia Saudita, presenti 10 stati arabi, Kerry giovedi’ ha solo ottenuto la loro firma in calce a un comunicato in cui promettono “di unirsi in molti aspetti della campagna coordinata”, ma “secondo quanto e’ appropriato” e senza entrare nel merito di nulla.
Dopo anni di relazioni oscillanti tra il disimpegno in una lotta seria contro l’estremismo e la scelta difficile tra sciiti e sunniti al potere nei diversi Stati e tra le loro ramificazioni radicali e violente, Obama non puo’ sperare di vincere la fiducia di chi oggi gli serve (i sunniti moderati in Siria, e gli sciiti e sunniti ragionevoli in Iraq) con un piano che, sostanzialmente, dice quanto segue.

Noi, l’America, vogliamo estirpare il cancro dell’ISIS perche’ minaccia, oltre che la stabilita’ nel Medio Oriente e le vite di molti islamici, anche i nostri interessi globali e la nostra sicurezza in patria. Per questi motivi manderemo droni e jet a fare operazioni di “antiterrorismo” ma agiremo solo dall’alto, senza spedire soldati Usa sul terreno. Cosi’ oggi possiamo non chiamarla “guerra”, ma soprattutto ora non avremo vittime americane e io “degradero’ e distruggero’ ” l’ISIS (ma ci vorranno tre anni, quindi passero’ la patata bollente al successore). Ma intanto minimizzo le critiche dei miei amici di sinistra e resto il presidente liberal Nobel della Pace, e “no Bush”.
Voi – kurdi, irakeni e siriani – sarete sul terreno a riconquistare un terzo della Siria e dell’Iraq ora in mano all’ISIS. Noi, con l’Arabia Saudita (che e’ la sola ad aver promesso qualcosa, cioe’ di mettere in piedi dei campi di formazione militare per i siriani ribelli disposti a combattere sia l’ISIS sia il regime di Assad), vi aiuteremo addestrandovi, e armandovi dopo aver centellinato la fornitura di carri in passato, quando sarebbero stati utili a stroncare sul nascere l’insorgenza dell’ISIS.

E’ un bel programma “politico” studiato a tavolino, ma purtroppo non funziona cosi’. La Cia ha detto che gli effettivi dell’esercito dello Stato Islamico di Iraq e Siria sono il triplo della stima di inizio estate, 31500 e non 10mila. E se Obama pensa davvero di “guidare dal davanti”, ed e’ convinto che l’ISIS sia quel grande pericolo che in effetti e’ anche per il suolo patrio americano, dove rimangiarsi il solenne “impegno” di non mandare soldati dove servono: Iraq (dove ne ha infatti gia’ dislocati quasi 2000) o Siria che sia. Gli analisti militari concordano che per eliminare le forze ISIS ormai ben radicate nel territorio ci vogliono militari all’altezza. E’ vero che gli irakeni, kurdi e siriani “buoni” devono combattere loro in prima persona per salvare se stessi e i loro paesi dal caos. Ma per vincere questa guerra e non far degenerare il cancro-ISIS gli Usa devono fare cio’ che impone il campo di battaglia, cioe’ intervenire presto e pesantemente, e piu’ direttamente, non solo quanto suona politicamente corretto . Sara’ bene che Obama inizi a preparare un altro discorso a reti Tv unificate in cui dira’ che ha cambiato idea. Da retore incallito, non gli mancheranno le parole. Quanto alla faccia, l’ha persa da tempo e puo’ solo migliorare.

di Glauco Maggi

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