Cerca

Buonisti al governo

Obama lo sbianchettatore: vietato parlare di "guerra" ai jihadisti

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Obama lo sbianchettatore: vietato parlare di "guerra" ai jihadisti

Continua la penosa guerra sulle parole dell'amministrazione Obama, e sempre sull’altare della correttezza politica. Che è il classico approccio lessicale della sinistra che magari soddisfa i buonisti dall'anima bella, ma che ha l'effetto, spesso deleterio, di portare fuori strada chi deve cercare soluzioni vere ai problemi veri. Come se NON dire pane al pane e vino al vino aiutasse a capire, e quindi ad agire appropriatamente.

Il presidente NON aveva usato la parola guerra nel discorso sull'Isis e Kerry l'aveva scimmiottato ieri, definendola "operazione di antiterrorismo". "Noi siamo impegnati in una maggiore operazione di controterrorismo, e sarà una operazione di controterrorismo di lungo termine", ha detto Kerry, precisando: "Io penso che guerra sia una terminologia e una analogia sbagliata… Io non credo che la gente abbia bisogno di entrare in una febbre da guerra, in questo caso".

Del resto, che cosa c'è di più politicamente scorretto della "guerra", e di più politicamente corretto della "pace"? Peccato che quelli dell'Isis sgozzano gli ostaggi e hanno conquistato già, uccidendo chi non si converte al loro passaggio, un territorio vasto come lo Stato dell'Indiana. L'oltraggio popolare negli Usa per il cavillo terminologico su una tragedia macroscopica è stato tanto assordante che deve essere arrivato anche alla Casa Bianca. Ecco quindi che il giorno dopo, con un dietrofront tattico, il portavoce di Barack Josh Earnest ha ammesso in conferenza stampa che "gli Stati Uniti sono in guerra con l'Isis nello stesso modo in cui sono in guerra con Al Qaeda e i suoi affiliati". Pelosa, ma è pur sempre una correzione. Più perentorio il Pentagono, il cui portaparola Ammiraglio John Kirby ha affermato: "Noi sappiamo che siamo in guerra con l'Isis".

Purtroppo non si tratta di pure quisquilie da dizionario. E' sempre lo stesso vizietto, causato dalla smania di essere politicamente corretti, che aveva portato Obama, appena eletto, a ordinare di chiamare "eventi causati dall'uomo" gli attentati islamici. Al ministro della Sicurezza in Patria (Homeland Security) Janet Napolitano, nel 2009, il settimanale tedesco Der Spiegel chiese: "Madame Secretary, nella Sua prima testimonianza davanti al Congresso in qualità di ministro Lei non ha mai citato la parola terrorismo. Il terrorismo islamico improvvisamente non è più una minaccia per il Suo paese?". E Napolitano rispose: "Certo che lo è. Penso che ci sia sempre una minaccia dal terrorismo. Nel mio discorso, sebbene io non abbia usato la parola terrorismo, ho fatto riferimento a disastri causati dall'uomo. Forse questa è solo una sfumatura, ma dimostra che noi vogliamo andare via da una politica della paura e muoverci verso la politica dell'essere preparati per tutti i rischi che possono insorgere".

Se si sorride amaramente al pensiero di che cosa sia successo dopo quella "riforma verbale" a proposito dell'addio alla "politica della paura", non si riesce a fare ironia su un'altra definizione ingloriosa dell'amministrazione Obama. Quando nel novembre del 2009 il maggiore Malik Hasan, psichiatra nella caserma di Fort Hood in Texas, uccise 13 commilitoni inneggiando ad Allah, fu un evidente atto di terrorismo islamico. Ma non per Obama, che invitò a caldo a non trarre conclusioni affrettate per un caso singolo di follia. E più incredibilmente poi per il Pentagono, che a freddo lo definì "delitto sul posto di lavoro". Con questo escamotage vergognoso, oltre a non offendere l'Islam, alle famiglie delle vittime non è stato dato alcun risarcimento previsto dalla legge in caso di morti in guerra o per atti di terrorismo. Hasan, che aveva il biglietto da visita con scritto SOA, Soldier of Allah, Soldato di Allah, è stato poi condannato a morte nel 2013, e un mese fa ha chiesto con una lettera di diventare cittadino del Califfato dell'Isis.

Le parole pesano come pietre, sempre. Ed Obama, dopo essere diventato presidente per la sua eloquenza quando doveva solo promettere di tutto a un pubblico infatuato a prescindere, ora scopre che le parole diventano armi contro di lui, perché sono messe subito a confronto con la realtà dei fatti, e con le sue responsabilità di leader. Nel discorso della "non guerra" all'Isis, tra l'altro, fece una premessa. "Mettiamo in chiaro due cose: l'Isis non è Islamico: nessuna religione giustifica l'uccisione di innocenti, e la vasta maggioranza delle vittime dell'Islam sono stati Musulmani. E l'Isis non è uno Stato". A parte che Stalin e Mao hanno ammazzato pure milioni di comunisti, nelle loro mattanze, eppure sono sempre stati considerati, e lo sono ancora, ovviamente e orgogliosamente veri comunisti. "Ma se questi terroristi che uccidono i musulmani non sono islamici", ha chiesto Jonah Goldberg sul New York Post, "perché gli diamo il Corano quando li mettiamo in prigione?". Good question, bella domanda.

di Glauco Maggi
twitter @glaucomaggi

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog