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Usa e Isis

Kobane come Srebrenica: la tomba del pacifismo di Obama

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Kobane come Srebrenica: la tomba del pacifismo di Obama

Sembrava un grande passo, quello di Obama di bombardare l’Isis dall’alto in Iraq e in Siria, e invece si sta rivelando un clamoroso fiasco operativo. Molti critici, anche negli alti ranghi dell’esercito Usa, avevano messo in guardia il presidente dall’iniziare un’avventura militare “frenata”, cioè annunciando l’impegno solenne di “non” mandare truppe di terra, anziché indicare l’obiettivo della vittoria, con quel che serve per raggiungerla. Così la campagna obamiana è stata smascherata: un’operazione politica in risposta agli sgozzamenti che hanno fatto orrore e spinto l’opinione pubblica verso l’intervento. Il presidente è sensibile ai sondaggi interni che lo screditano, ma anche fermo nella sua ideologia pacifista che respinge l’idea della guerra e guarda all’Onu come la salvaguardia dell’ordine mondiale. Da questo mix perdente esce la mancanza di una strategia adeguata alla realtà, quando si scende sul terreno della guerra promossa dagli altri, che non chiedono il permesso di Obama per farla.

Dopo 104 raid condotti sul territorio siriano dal 23 settembre, e le centinaia di missioni precedenti in Iraq, il bilancio è fallimentare. I militanti del Califfato hanno adattato la loro tattica al nemico dall’alto, spostandosi di notte, mimetizzandosi meglio, dividendosi in gruppi più piccoli e agili, mescolandosi alla popolazione nelle aree conquistate. E continuano nella loro avanzata, sempre più numerosi, ricchi, e spietati. In Iraq, nella provincia di Anbar che costituisce un cuscinetto di difesa per la capitale, le truppe Isis si stanno avvicinando pericolosamente a Baghdad. In Siria, la città curda di Kobane sul confine con la Turchia, 400mila abitanti tempo fa, è sul punto di cadere: i villaggi attorno sono stati evacuati e le prime bandiere nere dell’Isis già sventolano in un paio di quartieri periferici. L’assedio ha fatto fuggire finora dalla regione circa 200mila persone, finite nei campi profughi turchi, e una resa definitiva sarebbe morte sicura per migliaia di civili e di oppositori. E’ una emergenza umanitaria verissima e incombente, come da tre anni lo è per la popolazione siriana che sotto il tallone di Assad conta circa 200mila vittime. Ma sulla sorte di Kobane, che rischia di essere un bis dell’eccidio di Srebrenica nella Jugoslavia in dissolvimento, tragicamente pesa adesso una doppia inazione: quella americana e quella turca, che si rinfacciano la responsabilità del non fare nulla. 

Obama vorrebbe che la Turchia, invasa dai profughi curdi, e membro della Nato, intervenisse militarmente varcando il confine e combattendo direttamente contro l’Isis. Ma Erdogan, l’ambiguo presidente turco di fede islamica quasi-fondamentalista che è un fan di Hamas e vede i curdi indipendentisti come storici nemici della Turchia, non muove un dito ma critica la Casa Bianca: "Non puoi finire questo terrorismo solo con i raid aerei, non hanno successo se non li sostieni con un intervento di terra”, dice il governo turco. Ma Obama ha un’altra idea, e fa ripetere ai suoi ufficiali che “noi non ci siamo lì, adesso. E abbiamo bisogno di una forza di militari ben addestrati tra i siriani”. E’ l’illusione di avere il tempo di formare un esercito di moderati oppositori di Assad, oggi quando questo tempo non c’è più, dopo che per tre anni John McCain e tanti altri repubblicani avevano proposto proprio questa strategia di aiuto e armamento dei siriani moderati anti Assad. “Il limite di non avere un partner sul terreno si e’ mostrato grave”, ha dichiarato un anomimo ufficiale americano al Wall Street Journal. La caduta di Kobane sarebbe una tragedia per il prestigio americano, oltre che un tradimento sanguinoso verso i curdi, il gruppo etnico più solidamente alleato degli Usa nell’intero Medio Oriente.

Mentre Ankara e Washinton si rimpallano la responsabilità su chi deve muoversi per primo, il paradosso è che i due governi hanno una sola cosa in comune: la definizione di gruppo terroristico del partito curdo PKK, i cui militanti sono oggi tra i difensori disperati di Kobane. La Turchia, che divide circa 750 kilometri di confine con la Siria, ha molto da temere dalla conquista di Kobane da parte dell’Isis, ma per muoversi militarmente chiede che Obama dichiari una chiara strategia di guerra non solo contro l’Isis, ma anche contro il regime di Damasco, protetto dall’Iran sciita, nemico della Turchia e dei regimi arabi sciiti vicini agli Usa. E’ qui che casca l’asino: Barack aveva detto due anni fa che Assad doveva lasciare il suo posto, ma poi non lo ha bombardato anche dopo che aveva superato la famigerato “linea rossa” delle armi chimiche contro i suoi civili. Erdogan non si fida di Obama, con ciò allungando la lista degli alleati, e soprattutto dei nemici, che hanno capito che questa Casa Bianca non sa, e non vuole, esercitare il suo storico ruolo di leadership. E Kobane è solo l’ultima vittima collaterale dell’abdicazione americana.

di Glauco Maggi 
twitter @glaucomaggi

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Commenti all'articolo

  • lepanto1571

    09 Ottobre 2014 - 09:09

    Come disse il Manzoni: Se uno non ha il coraggio...

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