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Guerra in Medio Oriente

Sveglia, Obama: l'Isis è molto peggio del Vietnam

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Sveglia, Obama: l'Isis è molto peggio del Vietnam

Il senatore repubblicano John McCain ha sferrato l’attacco più netto alla strategia di guerra adottata da Obama contro lo Stato Islamico Isis: “Loro stanno vincendo, e noi no. Gli iracheni non stanno vincendo. I Peshmerga, i Curdi non stanno vincendo. La campagna aerea di Obama fatta con bombardamenti a puntura di spillo non sta funzionando”. Facendo il punto in televisione, domenica, sulla operazione militare degli alleati americani che sta prendendo la forma della debacle sul fronte siriano-irakeno, l’ex candidato presidente ha detto che se anche lui non ritiene, per ora, che la capitale Bagdad possa cadere tutta in mano all’Isis, la possibilità che i militanti fondamentalisti riescano a prendere il controllo dell’aeroporto sarebbe una grave “mutilazione”. L’Isis ha convogliato circa 10mila soldati dalla Siria nella provincia di Anbar, i cui confini sono a 35 kilometri circa dal centro della capitale, e mentre si prepara a sferrare l’attacco finale in grande stile compie “attentati d’avanguardia” con autobombe e bombaroli suicidi per atterrire la popolazione: nel weekend, in quattro operazioni nei sobborghi e nella periferia di Bagdad sono state uccise oltre 50 persone, e la vittima più illustre è stato domenica il capo della polizia della provincia di Anbar.

"Ci deve essere un fondamentale riesame di che cosa stiamo facendo perché, così, non stiamo affatto degradando e da ultimo distruggendo l’Isis", ha detto McCain ripetendo sarcasticamente la stessa espressione usata da Obama, e ripetuta poi scimmiescamente dai suoi generali nelle successive comunicazioni ufficiali sull’andamento della guerra. La verità che è sotto gli occhi di tutti è che i piani annunciati “di lungo termine” per sconfiggere l’Isis si stanno dimostrando fuori della realtà. “Dal primo giorno della campagna abbiamo detto che ci vorrà un certo periodo di tempo per mettere insieme la coalizione”, ha ribadito ieri John Kerry al Cairo. Obama, che pure ha già mandato 1.600 soldati “consiglieri” a Bagdad insistendo che non hanno “un ruolo combattente”, e’ sempre piu’ pressato da più parti perché trasformi la “guerra dei jet e dei droni” in una guerra tradizionale. Solo forze speciali di terra bene armate ed addestrate possono cercare di stoppare l’avanzata delle truppe dell’Isis, che sono diventate più numerose delle formazioni kurde e irakene.

E’ una illusoria panzana che si possano attendere i tempi previsti da Obama e da Kerry per la preparazione tecnica e l’armamento adeguato di decine di migliaia di militari “locali”, siriani filo-occidentali, kurdi o irakeni, sempre che ce ne siano a sufficienza disposti ad arruolarsi. Ha un bel dire il presidente che la sorte di Siria, Irak e Kurdistan, in ultima analisi, deve poggiare sui loro cittadini. E’ vero in teoria, ma la Storia, e la realpolitik, hanno molti esempi del contrario, ossia della indispensabilità dell’intervento salvifico esterno per non far peggiorare la situazione a scapito di tutto il mondo, non solo dei popoli diretti interessati.

Ieri, contro Hitler, ci sono voluti i marines e gli altri alleati per fermare il nazismo e il fascismo e liberare l’Europa dalla dittatura e dall’orrore dell’olocausto. Oggi il nazismo ha il profilo dell’Isis e di Al Qaeda: il rischio dei genocidi e’ reale, e sta per materializzarsi per le migliaia di civili intrappolati a Kobane, la città curda al confine con la Siria sul punto di essere conquistata dai briganti del Califfato. Anche quando Bush stava per perdere in Iraq, dopo la eliminazione di Saddam Hussein, per il caos della guerra civile provocato dai “sunniti predecessori dell’Isis”, McCain fu tra i pochi ferventi sostenitori della “rivalutazione della strategia”. Bush licenziò il ministro Rumsfeld e diede pieni poteri, e decine di migliaia di soldati Usa, a David Petraeus. Il risultato fu la vittoria e la creazione di un Iraq che, ritirando affrettatamente tutti i marines, lo stesso Barack aveva giudicato “stabile” e il suo vice Biden aveva definito “uno dei grandi successi dell’amministrazione”. In effetti, il paese era sulla giusta strada di una democrazia libera, anche se gracile e bisognosa di assistenza prolungata. Ma Obama voleva, e vuole ancora, essere ricordato come il presidente che finisce le guerre (vinte da altri). Se ora non cambia in fretta, però, porterà la vergogna di una sconfitta tipo “Vietnam”. Con la differenza che i Vietcong non pensavano di far saltare la metropolitana di New York, mentre quelli dell’Isis e di Al Qaeda, se non sono sconfitti e distrutti a casa loro, hanno tutta l’intenzione di farlo.

di Glauco Maggi 
twitter @glaucomaggi

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