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Venezuela, la corsa verso la bancarotta del "paradiso chavista"

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Maduro

Il sarcasmo di Margaret Thatcher sul socialismo e’, dunque, solo una mezza verita’: “Il problema del socialismo quando governa uno stato e’ che alla fine non ha piu’ da spendere i soldi altrui”, disse la Lady di Ferro. Vero, ma il Venezuela sta ora dimostrando che “il socialismo e’ un problema anche quando ha a disposizione tanti soldi suoi”. Tra i maggiori produttori di petrolio, il “paradiso chavista” che ancora affascina i socialcomunisti nel mondo sta pericolosamente avvicinandosi alla bancarotta anche se nuota nel proprio greggio. La dissennata spesa sociale volta a mantenere, con l’aiuto dello Stato di polizia e delle manipolazioni elettorali, il potere centrale nelle mani del partito rosso del successore di Chavez Nicolas Maduro, sta drenando risorse a livelli record : il Venezuela e’ il paese dell’America del Sud con il tasso di spesa governativa sul PIL piu’ alto di tutti (Cuba esclusa, non e’ neppure nella classifica internazionale), con il 51,3%. Il dato e’ del 2012, e oggi e’ di sicuro ancora piu’ elevato, anche perche’ il mercato del petrolio, con i prezzi in forte declino a seguito del rallentamento della domanda globale, sta facendo molto male a Russia e Iran, ma per il Venezuela e’ una campana a morto. Venerdi’ 17 ottobre il greggio di Caracas, piu’ denso e piu’ costoso da raffinare, e’ crollato a 77,65 dollari al barile, 15 in meno di settembre e circa una quarantina in meno di un anno fa. La caduta di prezzo della settimana scorsa ha alzato le preoccupazioni degli investitori sulla possibilita’ sempre piu’ concreta che il regime finisca in default per l’impossibilita’ di onorare il debito sovrano verso l’estero che ammonta a 35,4 miliardi, secondo stime dello stesso governo. Ad esso vanno aggiunti i debiti della compagnia di stato del petrolio, la Petroleos de Venezuela SA, calcolati in 32 miliardi.

La paura della bancarotta ha fatto schizzare gli interessi sui bond pubblici venezuelani in circolazione al 18% annuo, il tasso piu’ alto tra le nazioni debitrici, di gran lunga maggiore di quello di Ukraina o Argentina, lo stato peronista-socialista che e’ un bancarottiere seriale e che ha appena dichiarato l’ennesimo default. “C’e’ il rischio serio che le autorita’ non abbiano piu’ soldi da spendere”, ha detto al Wall Street Journal David Rees, economista alla Capital Economics di Londra, riecheggiando la Lady di Ferro.

Maduro ha davanti due scelte politiche stringenti, destinate entrambe a colpire chi ha finora “goduto” della generosita’ ideologica, piu’ che interessata, dello chavismo. Il primo target non possono che essere i cittadini venezuelani: avendo una riserva di soli 20 miliardi in valuta pregiata, se il regime e’ costretto a tagliare le importazioni di beni, che pesano per il 75% dei consumi della popolazione, gli scaffali dei negozi si svuoteranno del tutto, facendo esplodere la fame e la protesta sociale anche nelle fasce di popolo oggi fedeli perche’ populisticamente iperagevolate. La seconda via e’ aumentare il prezzo della benzina, oggi basso se non nullo, per i cittadini, con una reazione immaginabile. E, soprattutto, far pagare il greggio che da anni viene dato a costo zero a Cuba in cambio dei 30mila medici che tengono a galla il sistema sanitario venezuelano e delle milizie di “consiglieri” militari e politici castristi che puntellano il regime, come hanno fatto guidando le sanguinose repressioni di strada durante i moti studenteschi e popolari di qualche mese fa. Se fosse costretto a seguire queste due strade, e non si vede in realta’ quali alternative possa trovare se il prezzo del petrolio resta quello attuale, Maduro provocherebbe una crisi sociale interna e darebbe una pugnalata economica al regime amico cubano, a sua volta alle prese con un travaglio interno infinito: in Florida, quando hanno chiuso i conti degli arrivi nell’anno fiscale finito il 30 settembre, e’ risultato che i profughi dall’isola comunista sono stati 25 mila circa, un livello record di fughe da molti anni.

Con queste realta’ sotto gli occhi di tutti gli osservatori onesti, ma ancor piu’ sulla pelle delle popolazioni venezuelana e cubana, fa sconcerto che, qualche giorno fa, il Venezuela sia stato votato da 181 Stati membri dell’ONU nella elezione per i 5 posti vacanti, tra quelli a rotazione, del Consiglio di Sicurezza. Evidentemente, oltre a Cuba che lo fa per fratellanza ideologica, anche tutti gli altri Stati sudamericani cercano l’amicizia di Caracas sperando di avere rifornimenti scontati sul suo petrolio e mostrando comunque una certa simpatia per il regime e un costante anti-americanismo. Il giacimento si sta ora prosciugando rapidamente e la vetrina offerta allo chavismo da chi ha sostenuto Maduro all’Onu rischia di essere a fondo perso. E’ vero che l’organismo “supremo” di difesa della pace mondiale al Palazzo di Vetro e’ di fatto gia’ irrilevante per il veto che esercitano sempre Russia e Cina, membri permanenti, a sostegno di dittatori e stati canaglia. Ma che il Venezuela abbia ottenuto l’ingresso nella elite con tanti suffragi e’ una ulteriore prova della nullita’ di leadership dimostrata da Obama che non ha saputo ostacolare, ne’ ha cercato di farlo, la “promozione” di un dichiarato oppositore di Washington.

di Glauco Maggi
@GlaucoMaggi

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