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Diari d'America

Stati Uniti, alla Camera eletto un ebreo: chi è Lee Zeldin

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Stati Uniti, alla Camera eletto un ebreo: chi è Lee Zeldin

In Congresso e’ stato eletto il 4 novembre, con la prima deputata nera e con il primo senatore nero, anche Lee Zeldin, 34 anni, ex veterano dell’Irak, che sara’ il solo repubblicano ebreo alla Camera. Ha battuto con dieci punti di distacco il democratico Tim Bishop, che rappresentava il distretto di Suffolk da 12 anni, cioe’ per sei mandati consecutivi. Zeldin e’ convinto che la sua elezione significhi un mandato a propugnare un atteggiamento del parlamento, e della Casa Bianca, piu’ favorevole ad Israele di quanto non sia stato negli ultimi sei anni di governo Obama. “Non penso che l’amministrazione abbia avuto finora il piu’ intelligente e disciplinato approccio per quanto riguarda le nostre relazioni con Israele”, ha detto Zeldin a proposito delle critiche del presidente agli insediamenti a Gerusalemme.
Attualmente in Congresso, tra senatori e deputati, c’erano solo ebrei del p
artito democratico, 30, piu’ il socialista Bernie Sanders che e’ iscritto tra i democratici. Il gruppo degli ebrei democratici in Congresso e’ talvolta in disaccordo con il presidente, ma nella sostanza finisce con l’accettare le sue politiche anti Gerusalemme senza fare mai una serrata ed esplicita opposizione ai cedimenti. 

Del resto, la storia delle scelte partitiche della comunita’ degli ebrei americani, da un secolo, e’ stata sempre piu’ fedele ai DEM che al GOP, con la maggioranza degli elettori ebrei, ideologicamente piu’ liberal e di sinistra, schierata con il partito democratico. L’eccezione fu il 1920. Dopo la Prima Guerra Mondiale ci fu il candidato socialista alla Casa Bianca, Eugene Debs, che ottenne il 38% del voto ebreo (ma il 3% dei totale degli elettori) conducendo la sua quinta campagna consecutiva dalla galera, dov’era finito per aver organizzato scioperi illegali. Cosi’ l’eletto fu Warren Harding, con il 60% del voto popolare, che e’ stato il repubblicano a raccogliere la piu’ alta percentale di voti ebrei di sempre, il 43%. Al democratico Cox ando’ un misero 19%, il minimo di sempre.

Dalla fine degli Anni Venti, pero’, l’assorbimento da parte del partito democratico sia delle idee socialiste che venivano dalla rivoluzione sovietica, sia dei quadri comunisti (piu’ o meno clandestini) e del movimento sindacale americano, si tradusse nel traghettamento del voto ebreo al partito DEM. Franklyn Delano Roosevelt, nel 1932, sull’onda del populismo filosocialista “anti-Grande Depressione” vinse la sua prima presidenza con l’82% del voto ebreo, contro il 18% di Herbert Hoover. Nel clima della guerra mondiale contro il nazismo, poi, l’appoggio a Roosevelt si trasformo’ in plebiscito nel 1944, con il 90% del voto ebreo contro il minuscolo 10% per il candidato del GOP.
Nei decenni successivi il favore tradizionale per i democratici si e’ talvolta attenuato, ma e’ restato sempre solido: nel 1980 Ronald Reagan ebbe il miglior risultato, con il 39% del voto ebreo, ma con George Bush nel 2000 ci fu la ricaduta al 19%, prima della risalita al 24% nel 2004, favorita dalla reazione all’11 settembre 2001 e alla invasione dell’Iraq nel 2003. Nel 2008 John McCain non ando’ oltre il 22% del voto ebreo, con Obama al 78%, mentre il mormone Mitt Romney, nel 2012, riusci’ a ottenere il 30% del voto ebro, contro il 69% di Obama, che aveva iniziato durante il primo mandato a provocare un crescente risentimento tra gli ebrei per le sue politiche contro Israele.

Alle recentissime elezioni di medio termine, un sondaggio della Coalizione degli Ebrei Repubblicani ha calcolato che il 33% del voto ebreo e’ andato ai candidati del GOP, contro il 65% per i DEM.
E’ presto per dire se l’exploit di Lee Zeldin, che sara’ da gennaio la sola voce ebrea repubblicana a Washington, avviera’ una piu’ marcata conversione politica degli elettori ebrei alle presidenziali del 2016. Di sicuro l’esito della partita aperta dalla Casa Bianca con l’Iran in questo periodo sul patto nucleare sara’ un fattore che gli ebrei considereranno come estremo test della “amicizia” di Barack, e anche del suo partito, allo stato di Israele.
Oggi il New York Times ha scritto che le chance di raggiungere un accordo tra USA e Iran entro la data prevista del 24 novembre, secondo fonti vicine al governo Usa, sono “tra il 40% e il 50%”. In realta’ Obama vuole un accordo a tutti i costi per poter dire di aver avuto un successo “storico” in politica estera. Anche a costo di firmare un sostanziale via libera agli iraniani di farsi la loro bomba nel prossimo futuro, magari gia’ nel 2017, passando la patata atomica dell’azione di risposta al suo successore.

di Glauco Maggi

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