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La frase del giorno

"Fedele alla linea": la lezione di Bersani a Renzi (e a Civati)

Andrea Tempestini

Andrea Tempestini

Milanese convinto, classe 1986, peregrinazioni giornalistiche tra Milano, Urbino, New York e ancora Milano, a "Libero" da maggio 2010. Prima economia, poi online, dove continuo a scrivere di economia e politica. Il mio sogno frustrato è l'Nba. Adoro Vespe, gatti, negroni e mr. Panofsky. Su Twitter @anTempestini

Pier Luigi Bersani

"Voterò le parti che mi convincono con piacere e convinzione e le parti su cui non sono d'accordo per disciplina, avendo fatto per quattro anni il segretario del Pd", Pier Luigi Bersani, 25 novembre.

"Fedeli alla linea", cantava Giovanni Lindo Ferretti, un (gigante) nato tutto CCCP e Berlino est e finito - o meglio, ritornato - sugli Appennini tra religione, destra e cavalli. Che poi Ferretti al "fedeli alla linea" ci aggiungesse "la linea non c'è" è un altro discorso e neppure ci interessa. Ci interessa solo quel "fedeli alla linea", un po' sovietico, ma - oggi - più che sovietico, anticonformista. Il punto è che dopo mesi di chiacchiere si è arrivati alla fiducia sul Jobs act, o almeno su ciò che ne è restato, e qui non si vuole entrare nel merito della riforma del lavoro. Di sicuro, con la complicità del maquillage all'articolo 18, quel testo è una porcheria almeno per una buona fetta del Pd di cui Pippo Civati si è reinventato capopopolo al grido di "io non lo voto" (e con lui, pare, un'altra trentina di democratici).

E poi c'è Bersani, lo stesso Pier Luigi costretto a masticare le quintalate di polvere sollevate da Matteo Renzi, che a suo tempo, quando ancora era sindaco di Firenze e però una qual certa ascendenza in Parlamento già la aveva - siamo ai "101" di Prodi, per esempio - brigò eccome e con costrutto affinché il "suo" Pd votasse contro il Pd di Bersani (e così ottenne tutto ciò a cui ambiva, leggasi Palazzo Chigi). E poi, dicevamo, c'è Bersani, che appartiene alla medesima minoranza democrat di Civati, e che però placidamente spiega che voterà le parti del Jobs act su cui non è d'accordo "per disciplina, avendo fatto per quattro anni il segretario del Pd".

Vivaddio, il vincolo di mandato non esiste. E anche per questo, almeno per una volta (che su questo blog Bersani lo abbiamo criticato, eccome), un "vivaddio" anche per Bersani. Il giorno successivo alle Regionali dell'astensione ("Un dato impressionante", ha punto Bersani), il giorno successivo a un voto che per la pluricitata minoranza Pd è stato una ghiotta occasione per attaccare il premier Renzi, niente meno che Bersani, l'ex segretario a cui l'attuale segretario ha fatto le scarpe, annuncia urbi et orbi che voterà la fiducia, "per disciplina". D'altronde, una volta che si arriva in Parlamento, votare la fiducia è l'unica cosa che un partito di maggioranza dovrebbe fare (ma nel Pd la questione è ancora sub iudice). E allora chapeau, signor Bersani (che poi, lo sappiamo, dal tuo punto di vista, dal punto di vista di uno "fedele alla linea" come un Ferretti vecchio stile, questo voto di fiducia è la più grande lezione che si possa dare a quel monellaccio di Renzi).

di Andrea Tempestini
@anTempestini

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Commenti all'articolo

  • koccobill

    25 Novembre 2014 - 20:08

    non ci interessano le lezioni a renzi, ma ciò che è bene per il paese: O NO?

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