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20 anni di PlayStation e la PS4 si colora di grigio come la capostipite

In occasione del ventesimo anniversario del brand nipponico l’ammiraglia di nuova generazione veste i colori della prima PlayStation.

4 Dicembre 2014

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20 anni di PlayStation

La PS4 veste il colore

1994-2014. Vent’anni di andata e ritorno per Sony. La compagnia giapponese ieri ha festeggiato due decadi di PlayStation, il brand che l’ha fatta entrare nei salotti e nelle camerette di milioni di videogiocatori. Sony celebra l’anniversario vestendo la PlayStation 4 di “grigio originale” in ricordo di quella fortunata scatola grigia che fu la culla di tante saghe videoludiche di successo, presenti ancora oggi.

La prima veneranda Playstation fu lanciata in sordina in un periodo in cui Nintendo era leader di mercato con il Nintendo 64 e Sega si apprestava a ritagliare utenza al colosso d Super Mario con il Sega Saturn. Saturn e PlayStation uscirono in contemporanea e si dimostrarono subito innovative: non potevano sbandierare i 64 bit come la console Nintendo, ma a differenza della console colorata, introducevano per la prima volta il CD-ROM in un sistema d’intrattenimento domestico, il supporto argentato che veniva visto come lasciapassare per il futuro. La gloriosa storia del brand Sony e il lento declino di Sega come produttrice di hardware da salotto sono legati a doppio filo con le possibilità del CD-ROM ed è una storia fatta di come quei dischi neri vennero riempiti di sogni pixellati che fecero decollare quella brutta scatola grigia.

Ricordo ancora quando mi regalarono la Playstation per la Comunione. Era un periodo di vacche grasse, non come oggi, e io e mio fratello ricevemmo oltre alla Playstation anche un videoregistratore e una macchina fotografica automatica e con l’obiettivo motorizzato. Mai usata. E neanche il videoregistratore, che di lì a poco avrebbe fatto una brutta fine assieme a tutte le videocassette Disney. Avevamo occhi solo per lei.
Era pesantissima e bruttissima la prima Playstation. Sembrava un barbecue e quando stava accesa più di mezz’ora iniziava ad averne anche la temperatura. Il coperchio del lettore CD iniziò subito a scricchiolare, così mio padre ci mise prima lo Svitol, che fece solo ingiallire la plastica, poi il grasso, ma niente, scricchiolò fino alla fine. Tutti difetti che il Nintendo 64 non aveva: al massimo dovevi soffiare sulla cartuccia e dentro lo slot dove andava inserita quando il gioco non partiva.
Ma era roba vecchia, noi lo facevamo anni prima per giocare a Sonic col Sega Mega Drive che oggi non mi sogno di usare nemmeno emulandolo sull'iPhone. Sul Nintendo 64 c’erano solo Super Mario e Zelda che a noi non piacevano, erano troppo scemi, ma quando la PlayStation fu lanciata erano quelli gli eroi dei videogiochi. Invece con la Play potevi giocare a Tomb Raider, che era totalmente poligonale. Tantissimi poligoni, bellissime ambientazioni e Lara Croft che poteva ammazzarsi in mille modi diversi. Un livello gigantesco intitolato “Il paradiso perduto”, che non c’entrava niente con Milton, ma che invece faceva il verso a Jurassic Park con quel Tirannosauro che da un momento all’altro sbucava dalla giungla e ti inseguiva. E Tomb Raider 2 con il livello ambientato a Venezia, o il tre con Lara che sfrecciava in quad nella giungla o che doveva saltare all’indietro da una banchina della metropolitana evitando per un soffio il treno. Ma la prima PlayStation era anche Gran Turismo con le auto che si tiravano le sportellate e rimbalzavano sui cordoli, il primo Tekken, con Heiachi Mishima giovane con i capelli tutti neri e le combo infinite.
La prima Playstation era anche WipeOut, con le sue navi dal design fantastico, i tracciati che ti facevano venire attacchi epilettici e la colonna sonora tutta elettronica, suoni e colori di un mondo alieno che era la Playstation, con quei CD neri così diversi da tutti gli altri CD-ROM che presero velocemente il posto dei vecchi supporti. Quella pellicola nera che dicevano proteggesse i dischi in realtà più fragili dei vinili e che assieme il grigio della console assieme ai tasti x-cerchio-triangolo-quadrato sono colori tatuati nell’anima di una generazione. Una generazione che tremava vedendo Psycho Mantis che in Metal Gear Solid poteva controllare con la telecinesi la vibrazione del controller. Controller che vibrava come un cuore in iperventilazione atriale quando assieme a Chris Redfield e Jill Valentine fuggivamo dal Tyrant nella magione del primo Resident Evil. Che ci vibrava nelle mani sudaticce quando incontravamo per la prima volta i velociraptor di Dino Crisis e che lanciavamo contro il televisore (a tubo catodico ovviamente) quando Crash Bandicoot cadeva in un burrone del livello “Rolling Stones”, l’unico in cui i poteri della maschera di Aku Aku non potevano salvarci da morte certa per aver premuto X troppo tardi. Oggi basta sfogliare il catalogo di PS4 per vedere gli stessi nomi seguiti dal numeretto progressivo che segna la morte dell’innovazione sotto i colpi della grafica superpompata e delle specifiche inutili.
Allora ben venga un’edizione limitata con i colori dell’antenata, per ricordarci che le tette a punta di Lara Croft rappresentano la vetta più alta della creatività videoludica.

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Luca Rossi

Luca Rossi

Milano, 1987. Nel 2010 pubblica Hover. Viaggio nell’infanzia delle cose. Metà romanzo di formazione, metà saggio sull’antropologia del consumo, ha per protagonista un robot aspirapolvere con una coscienza filosofica. Dal 2013 collabora alle pagine culturali di Libero. Appassionato di fantascienza ha visto tutti i film da 1902 a oggi, senza mai scrivere nulla su Kubrick, ma maturando la convinzione che il futuro sia già stato immaginato. È lui ad avere la chiave del Locale tecnico, il blog di tecnologia di Libero

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