Cerca

Complimenti per la trasmissione

Quel che rimane -di sangue e di cuore- del caso Ambrosoli

La fiction di Raiuno con Favino

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Favino/Ambrosoli

La lettera della moglie Annalori, sgranata come un rosario in taxi, con occhi pesti, dal marito Giorgio mentre s’imbarca per testimoniare contro Sindona al Gran Jury di New York. Le lettere, inquietanti e feroci, di Sindona al governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi (poi arrestato con accusa infamanti, e scarcerato); e al premier Giulio Andreotti, presunto imperturbabile fiancheggiatore. E la lettera - uno scrigno d’amore e d’impegno civile- di Ambrosoli alla moglie, prima d’essere ammazzato: «Qualunque cosa succeda tu sai cosa devi fare. Dovrai allevare tu i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali abbiamo creduto...».
Sta anche qui, nel pathos epistolare che ne cadenza la trama, la sintesi di Qualunque cosa succeda, miniserie sul caso GiorgioAmbrosoli tratta dall’omonimo libro del figlio Umberto e presentata alla Banca d’Italia -dove tutto iniziò-, su Raiuno lunedì e martedì prossimi. Le lettere sono un efficace espediente narrativo. Danno voce all’umanità di Ambrosoli, tipo di per sè schivo e rigoroso, su cui il suo interprete Pierfrancesco Favino lavora «di sottrazione»: mai una parola fuori posto, e le sigarette sempre accese in una Milano spesso spettrale; e gli sguardi fieri; e i mezzi sorrisi incastonati dal regista Alberto Negrin spesso in primissimi piani alla Sergio Leone, utilisssimo per un’esportazione sul mercato americano. Ma non sono, le missive, l’unico espendiente di una fiction, drammatizzata senza retorica e accolta con un diffuso senso di commozione.
Il caso Ambrosoli non è, cinematograficamente, un inedito. Nel ’95 Michele Placido ne trasse un film dal libro di Corrado Stajano Un eroe borghese con Fabrizio Bentivoglio. Era un’opera toccante, ma non s’addentrava a fondo in una vicenda complicatissima, durata cinque anni e dispersa in mille rivoli tra atti della Commissione d’inchiesta, testimonianza, carte giudiziarie. Qualunque cosa succeda narra la vicenda non di un eroe ma di «un grande servitore dello Stato» , liquidatore della Banca Privata Italia verminaio di mafia, interessi deviati e massoneria. Ma, quel che più conta -come rimarca il figlio Umberto- dell’insegnamento di un padre ai propri figli. La fiction è punteggiata da dialoghi privi della solita retorica dei giusti: il maresciallo Novembre, collaboratore incorruttibile colpito negli affetti più profondi che chiede all’avvocato di «darsi del tu»; i dialoghi con la moglie («Ricordi quando abbiamo detto che volevamo un mondo migliore?» «Lo vogliamo ancora, no?»); i bambini che vorrebbero il padre con loro in vacanza ma sanno che «senza di lui vincerebbero i cattivi». Vi scorrono dettagli e scene che rimpallano tra l’Italia, l’America e la Svizzera: il colloquio -immaginato- tra Cuccia al quale Sindona fece saltare la casa e lo stesso latitante; il gioco delle tre carte visto per strada che ispira ad Ambrosoli le strategie di Sindona; la testimonianza ai giudici Usa («non sono comunista, ma se lo fossi, scusi, cosa cambierebbe nei reati di Sindona?»); la tentata corruzione del maresciallo da un ex collega in Porsche; la presa di possesso di Ambrosoli nel cda di una società con sede a Valduz; la stermionata flotta di aereoplanini in carta stagnola prodotti dal Sindona infuriato. Qui si racconta una storia di coraggio all’apparenza impossibile. Davvero da tramandare ai figli quando le notti sembrano senza lune...

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

blog