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Rolling Stone, lo stupro nel campus e il vizietto liberal per le bufale

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Rolling Stone, lo stupro nel campus e il vizietto liberal per le bufale

Rolling Stone è la rivista della sinistra liberal, pacifista, anti-militarista e anti-polizia, culturalmente underground, giovanilista, filo-democratica e filo-movimentista. In due parole “politicamente corretta”. In una parola “cult”. E femminista, of course. Femminista senza se e senza ma. E senza bisogno che quel fastidioso dettaglio che si chiama “fatto” si metta in mezzo ad intralciare la “campagna” progressista. Fatta la “tesi”, trovata la “storia” che la sostiene. Anche se non c’è.

Un mese fa una intraprendente amazzone del giornalismo d’assalto pubblica sul magazine una testimonianza raccapricciante di "stupro nel campus".
“Jackie” (il nome è finto) ha detto a Sabrina Rubin Erdely, la reporter, che nel settembre del 2012 era stata stuprata nel corso di una festa di iniziazione da un gruppo di nove maschi della fraternity Phi Kappa Psi della UVA (University of Virginia), e che il capobanda era un addetto alla piscina del college. Avvicinata da uno studente del suo stesso corso del primo anno nella sede del club, la matricola era stata invitata “ad andare di sopra”. Salite le scale, era stata aggredita dagli energumeni, che l’avevano violentata a turno. Nell’articolo Jackie racconta che aveva riconosciuto un aggressore in un suo compagno del primo anno. Costui, riluttante, l’aveva sodomizzata con una bottiglia mentre gli altri lo incitavano dicendo “vuoi o non vuoi essere uno della fraternity?”. Altro dettaglio bruciante: nella stanza c’era un tavolino di vetro, che è andato in frantumi spargendo schegge ovunque ma senza frenare gli sfrenati violenti. Dopo tre ore di stupri, Jackie se ne va, e chiama tre suoi amici che la raggiungono, e sono le 3 del mattino, “in pochi minuti”. Anziché preoccuparsi di portarla in ospedale e alla polizia per la denuncia, il quartetto discute sulle “conseguenze” negative che ci sarebbero per la vittima se mettesse in piazza lo stupro. E’ un classico del dibattito sulla vergogna del sistema che condanna le vittime due volte, quando vengono violentate e poi quando lo fanno sapere alle autorità.

Ma in questo caso l’episodio raccontato è un crimine di gruppo, che diamine, e la “cautela” dei protagonisti comincia a generare sospetti tra i primi commentatori di qualche blog conservatore. A parte l’ignorare lo stato di salute della stuprata, ci sono altri particolari che non tornano, per chi vuole rispettare l’etica professionale di base. Jackie non dà a Rolling Stone alcun nome dei nove assalitori, neppure quello che ha detto di aver riconosciuto nella notte tremenda, e la reporter Erdely non insiste per averli. Vuole “rispettare”, d’accordo con il direttore Will Dana, la richiesta di riserbo di Jackie, che sarebbe motivata dalla paura di reazioni cattive da parte dei colpevoli.

Uno a questo punto dovrebbe chiedersi: “Ma siamo sicuri di essere nell’America del 2014? Nel college fondato da Jefferson?”. Come si può immaginare una ritorsione di gruppo che porterebbe tutti i manigoldi, e parliamo di adulti acculturati, privilegiati e con tanto da perdere, dietro le sbarre per 30 anni? Il castello di bugie, che doveva tenere su una campagna coraggiosa contro la cultura maschilista dell’alcool e del disprezzo anti donne comincia a scricchiolare. Cominciano alcuni commentatori scettici, che trovano il fegato di sfidare il vento del conformismo liberal e scrivono i loro dubbi, uno dopo l’altro: il direttore di Worth Richard Bradley, Robert Soave e Jonah Goldberg sulla National Review e Rich Lowry sul Politico.com e sul New York Post. Non prima, però, che le truppe di studenti sempre pronti alla piazza e ai cartelloni di protesta facciano sit-ins e manifestazioni nel campus dell’UVA. Da parte sua, la presidente dell’UVA Teresa Sullivan, per non sbagliare, appena uscito l’articolo-bomba sospende tutte le attività della trentina di fraternities, senza attendere i risultati dell’inchiesta avviata dalla polizia.

Le domande sulle incongruenze nel racconto, unitamente all’attacco deontologico da più parti a Rolling Stone per essersi bevuta come verità colata la sola versione di Jackie senza chiedere ai “bruti” della Virginia almeno un “no comment”, hanno alla fine svegliato dal torpore della “tesi preconcetta” anche il direttore Dana, che ha chiesto ieri scusa, prendendo atto dei “fatti”. Questi, elencati dall’avvocato della Phi Kappa Psi: “La sede della fraternity non ha alcuna scala che porta di sopra. L’elenco del personale della piscina del Centro Acquatico e Fitness dell’Universita’ non annoverava al tempo alcun membro della fraternity. La Phi Kappa Psi non ha tenuto alcun evento sociale o party durante il weekend del 28 settembre 2012, quello del supposto fattaccio. Non abbiamo alcuna conoscenza di questi supposti avvenimenti commessi presso la nostra sede o da nostri membri”. Il legale ha aggiunto che la giornalista non ha mai cercato di contattare nessuno della fraternity.

“Di fronte alle nuove notizie appare che ci siano discrepanze nel racconto di Jackie; abbiamo raggiunto la conclusione che la nostra fiducia in lei è stata mal posta”, ha scritto il direttore di Rolling Stone sul sito della rivista chiedendo scusa ai lettori, con una formula che vincerà l’Oscar della “minimizzazione” per il 2014. “Stavamo cercando di essere sensibili alla vergogna ingiusta e all’umiliazione che molte donne sentono dopo un assalto sessuale e ora ci pentiamo della decisione di non aver contattato i supposti aggressori per avere la loro versione”. Ecco che cosa capita a voler essere i primi della classe in correttezza politica e femminismo a prescindere. La vicenda finirà qui? Per riparare al danno di immagine delle fraternity e del college messi alla berlina senza prove gli avvocati potrebbero decidere di fare causa alla rivista. Quanto allo “stupro” perpetrato ai danni del giornalismo in generale, invece, quello che è stato è stato. E’ la corte del pubblico a decidere, e ai liberal si sa che cosa piace: non il “fatto” ma la “tesi”. Questo episodio creativo si aggiunge del resto ad altri classici. Come la mitica inchiestona del New York Times Magazine nel marzo 2007 (The Women’s War, La Guerra delle donne) ai tempi della guerra di Bush, quando fu data voce alla soldatessa Amorita Randall, che disse di essere scampata ad un ordigno improvvisato sul suo Humvee e di essere stata stuprata due volte nei suoi sei anni di missioni in Iraq.

Salvo scoprire poi che “la signora Randall non ha mai servito in Iraq, ma può aver convinto se stessa di averlo fatto”, come ammise successivamente una nota di rettifica del direttore del New York Times. Invece il suo servizio militare era avvenuto a Guam, a 6200 miglia di distanza dal conflitto. La Marina Usa, ha aggiunto il quotidiano liberal, “non ha alcun documento che citi assalti sessuali che coinvolgono la signora Randall”. Alla prossima bufala, compagni.

di Glauco Maggi

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Commenti all'articolo

  • alkhuwarizmi

    07 Dicembre 2014 - 19:07

    In piena armonia con l'attuale Presidente Barack Hussein. Non ci consola gran che, viste le condizioni pessime in cui versa il nostro disgraziato Paese, ma almeno siamo consapevoli che buona parte degli States, faro della civiltà, della libertà, dei diritti civili, della democrazia etc. etc. è fatta di "compagni" che spesso hanno ben poco da invidiare rispetto ai rossi nostrani e di ogni dove.

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