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Testimonianze

Come ottenere un miracolo a Lourdes

Lorenzo Amurri, disabile e non credente, racconta il suo viaggio tra i pellegrini. Tra ironia e fede nell'uomo

11 Dicembre 2014

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Come ottenere un miracolo a Lourdes

Il pellegrinaggio a Lourdes può essere un’esperienza spirituale anche per chi non crede. Nel tempo si sono susseguite testimonianze di molti generi, e quella di cui parleremo adesso è l’ultima in ordine di tempo. Si tratta del libro Perché non lo portate a Lourdes? (Fandango edizioni) di Lorenzo Amurri. Fra gli antecedenti, ricordiamo almeno il romanzo Lourdes di Rosa Matteucci, pubblicato nel 1998 (Adelphi), un racconto critico e profondo di un pellegrinaggio, dal punto di vista di una volontaria piuttosto impacciata. E il film Lourdes di Jessica Hausner (2009), dove la protagonista è una giovane donna colpita dalla sclerosi multipla e che, pur non credendo, si ritrova, forse, miracolata.

Come sa chi ha letto il suo precedente memoir, “Apnea”, Amurri è tetraplegico a causa di un incidente subìto diciassette anni fa mentre sciava. Una lesione alla colonna vertebrale, nove mesi di ospedale e poi una sedia a rotelle e una disabilità grave che gli ha tolto l’indipendenza motoria, ma non certo quella di pensiero. La volontà di vivere, e di dare un significato alla propria esistenza, non viene necessariamente meno di fronte una disgrazia. Amurri, circondato da una famiglia che lo ha sostenuto alla grande, vive con una dignità condita di ironia, e osserva la vita da un punto di vista non certo privilegiato, però insolito. Il che è accaduto anche in occasione di questo suo viaggio di fine estate, una settimana insieme ai pellegrini scortati dal personale volontario dell’Unitalsi (Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati a Lourdes e Santuari Internazionali). Di fatto, Amurri ha colto al volo il suggerimento di un’anonima signora che lo ha buttato lì, parlandone con i suoi famigliari. Poteva sembrare una battuta, ma il nostro ha deciso di farne un reportage in prima persona. E allora eccolo sulla banchina della stazione di Roma Ostiense, in attesa di imbarcarsi sul Treno bianco, il convoglio speciale dotato di vagoni per i “barellati”, cioè per chi non può viaggiare in maniera autosufficiente. Da laico, da non credente, il suo è uno sguardo disincantato e, per quanto si sia prefisso di non abbandonarsi ai pregiudizi, spesso tagliente. Il convoglio è sgangherato, addirittura pericoloso. I disabili viaggiano nel minimo spazio vitale disponibile, sballottati e in posizioni pericolanti. Amurri, accompagnato dal fido assistente Giorgio, dovrà destreggiarsi alla meglio perché il suo trasferimento non si trasformi in un incubo.

Quello che rende brillante il suo resoconto è comunque l’esercizio di un pensiero critico verso quanto gli accade: la comicità involontaria della cosiddetta “animazione spirituale”, un misto di canti, balli, musicisti da strapazzo e gente travestita in stile disneyano, che anziché rallegrarlo lo angosciano. Il poverismo della logistica, con alberghi dove si dorme male e si mangia peggio. La speculazione commerciale, con traffici di cianfrusaglie a sfondo sacro e le terrificanti madonnine di plastica per trasportare l’acqua santa. In tutto questo, si stagliano le imponenti scenografie, le chiese, fra cui quella sotterranea, un gigantesco bunker che tutto suggerisce tranne che pensieri spirituali. Serpeggia la creduloneria, si moltiplicano le giaculatorie, coloro che con un termine quasi offensivo vengono chiamati “gli ammalati” si dividono in due categorie: quelli che sopportano stoicamente la loro sfortuna e quelli che non ne prendono mai le distanze, non sapendo far altro che parlare della propria disgrazia. Il nostro autore invece non si compiange, ama vivere e possiede anche lui qualcosa che assomiglia alla fede: la passione per il calcio, e per la sua squadra del cuore, la Roma. Anzi, cerca freneticamente di seguire le dirette delle partite, costretto a manovre rocambolesche e frustranti, in un sistema che fa di tutto per mettergli il bastone fra le ruote (della carrozzina, nel suo caso). Si potrebbe pensare, dunque, al suo totale disincanto. Le cose però non sono così scontate.

Pur non essendo un mistico, Amurri è attratto da quelli che lo sono, da quelli che cercano nel divino la risposta alle troppe contraddizioni della condizione umana. C’è un posto, in particolare, che esercita su di lui un forte richiamo: la grotta dove si crede che la Madonna sia apparsa alla pastorella analfabeta Bernadette Soubirous. Non è tanto il bisogno di miracoli a spingere i fedeli alla preghiera, quanto il bisogno di Assoluto. Un bisogno che alberga naturalmente nell’animo umano. Di contro alla concezione egoistica di chi pensa al pellegrinaggio come a un biglietto nella lotteria dei favori divini, ci sono coloro che vengono a Lourdes per sfuggire alla condizione oppressiva della loro svantaggiata quotidianità. Qui ci si trova uniti nel dolore. L’autore del libro abbandona infine il proprio sarcasmo per gettare uno sguardo di profonda umanità su quel dolore, riconoscendolo come anche suo. Il miracolo, sembra volerci dire, è nella solidarietà tra gli esseri umani.

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Paolo Bianchi

Paolo Bianchi

Paolo Bianchi è nato a Biella nel 1964. Ha pubblicato "Avere trent'anni e vivere con la mamma" (Bietti, 1997), "Uomini addosso" (ES, 1999), "Il mio principe azzurro" (ES, 2001, con Igor Sibaldi), "La repubblica delle marchette" (Stampa alternativa 2004, con Sabrina Giannini), "La cura dei sogni" (Salani, 2006), "Per sempre vostro" (Salani, 2009), "Inchiostro antipatico. Manuale di dissuasione dalla scrittura creativa (Bietti, 2012). Ha scritto per riviste e quotidiani, fra questi ultimi "Il Foglio". "Il Giornale" e, dal marzo 2010, "Libero". Lavora anche come traduttore letterario.

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