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Complimenti per la trasmissione

Quel Viaggio di Sammy, dove ogni cosa è illuminata

Il docureality di Net Geo People

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Il viaggio di Sammy

Negli anni ’90, nel salotto del Maurizio Costanzo Show, a volte ricettacolo d’un’Italia eroica e nascosta, si muoveva con allegria Isabella Ceola, malata di progeria, la sindrome di Hutchinson –Gilford dell’invecchiamento precoce.
Era uno straordinario mucchietto d’ossa che gridava alla vita, Isabella; quando morì di vecchiaia a soli 28 anni (la malattia è implacabile), la tv intelligente si listò a lutto. Ecco. Il sorriso di Sammy Basso, diciottenne di Vicenza, con volto da sessantenne, ossa di cristallo e tenacia di tungsteno, mi ricorda quello di Isabella. Non è un caso che guardando Il Viaggio di Sammy, docureality sul canale del National Geographic (Nat Geo People, sabato ore 22) possa assalirti una commozione che mai avresti detto. Il programma si cadenza sul viaggio della maturità scientifica di Sammy da Bassano attraverso la mitica Route 66, la passerella d’America. Le immagini accarezzano, mettono a fuoco i piccoli gesti, sono accompagnate da sottofondo beat anni 70: Sammy che si sveglia nel lettino, inforca con fatica gli occhiali e spulcia l’enciclopedia dei pellerossa tra la testa di Bart Simpson e le medicine; Sammy che “per non irrigidirsi ha bisogno che il corpo sia manipolato”, sempre dallo stesso massaggiatore che lo conosce da quando, a 8 anni “entrava in una sacca della palestra”; Sammy che passa con papà, mamma e l’amico Riccardo nelle caverne di vento della Monument valley e tra le spiagge piene di “belle onde e belle curve”. Sammy che parla forbito e dice che in fondo “Il viaggio è sempre stato una metafora di vita”.
Eppoi la visita agli studi di James Cameron a Hollywood, realizzando il suo desiderio (“ho un desiderio: incontrare James Cameron il regista di Avatar. Ho visto il film almeno una ventina di volte…”) . E l’appuntamento con Matt Groening, autore dei Simpson, il cartone preferito (“A proposito: ciucciateci il calzino…”). E il primo lancio in una partita di baseball a Los Angeles. Una sorta di cerchio d’emozioni sospese, fino al ritorno di Sammy a Padova, per iscriversi a fisica nucleare. Ne ha parlato anche in una bella intervista proprio con Sammy Linus, in radio (e tv) a Dee Jay chiama Italia. Eppure. Non c’è nulla di speciale in questo percorso di piccole felicità vissute come se fossero le ultime. Anzi, teoricamente si potrebbero accusare gli autori d’indulgere sulla malattia. Eppure, molti occhi, qui, si inumidiscono, tutto scorre bene, come direbbe Jonathan Safran Foer “ogni cosa è illuminata…”

 

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