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La protesta dei poliziotti contro De Blasio: il racconto da New York

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

La protesta dei poliziotti contro De Blasio: il racconto da New York

Queens (New York). Lo stesso cielo azzurro terso dell’11 settembre 2001. La stessa violenza del sangue ingiustamente versato che si percepisce nell’aria, come un’ombra. Le stesse lacrime, vere, della gente scossa. E le stesse migliaia di “angeli in divisa” mobilitati a dare ai cittadini il senso di protezione e di sicurezza che e’ la conquista piu’ grande del vivere civile: allora nel clima tragico e convulso dell’attentato, mille volte più' drammatico per la sua dimensione; adesso nelle ore meste e intense di dignita' per un solo addio, simbolicamente enorme. Ma che cosa manca oggi, 27 dicembre 2014, che c’era 13 anni fa? Me lo chiedo mentre osservo la marea di poliziotti e di gente comune dal camion che la NYPD ha messo a disposizione dei giornalisti in Mirtle Avenue, nei Queens, all’esterno della Chiesa del Christ Tabernacle. Dentro, alla messa, le autorita’ sfilano sul palco a portare l’omaggio della politica alle famiglie di Rafael Ramos, ispanico, e di Weijan Liu, asiatico. C’e’ il vicepresidente Joe Biden, c’e’ il governatore dello Stato di New York Andrew Cuomo, c’e’ il sindaco Bill de Blasio. Ci sono gli inni e i canti religiosi di rito. Fuori, davanti e attorno al maxischermo all’altezza della 61esima strada, 25 mila tra agenti, pompieri, truppe di stato, soldati. E moltissime famiglie, con donne e bambini di tutte le razze, alla newyorkese. Un cartello, uno solo, ondeggia come una boa sul mare blue delle giubbe: "God Bless the NYPD. Dump de Blasio." (Dio benedica la Polizia di New York – Butta via de Blasio). Lo ha portato John Mangan, poliziotto in pensione, che ha potuto fare cio’ che tutti gli altri, in servizio, pensano ma non possono fare, per non essere licenziati. “Se il sindaco voleva fare la cosa giusta”, ha detto Mangan ai giornalisti,” doveva entrare in un’auto della polizia e guidare nelle vie attorno a Bed-Stuy (il quartiere di Brooklyn dove il nero esaltato ha ucciso a sangue freddo i due agenti NDR). In sostanza, c’era piu’ bisogno di segnali di sostegno per questi poliziotti”.

I funerali e le contestazioni a New York
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Ecco che cosa manca oggi, sotto il cielo terso attraversato dalla squadriglia di elicotteri della NYPD che scortano dall'alto il funerale del collega. Manca un sindaco all’altezza di un Rudy Giuliani e di un Michael Bloomberg: loro mettevano sempre la giubba della NYPD nei momenti cruciali, e anche il berretto. E quella mattina, sulle macerie delle Torri Gemelle, Rudy era li’, attorniato da uno staff adorante, che pendeva dalla sua leadership. Quando un poliziotto veniva ferito in uno scontro a fuoco con la malavita, ha ricordato giorni fa un giornalista in tv parlando di Giuliani, “lui correva all’ospedale anche se erano le tre del mattino”. E lui, Rudi, ha annuito. Ecco la differenza. Dove c’era una dedizione reciproca per la causa della sicurezza tra gli uomini in divisa e il loro capo politico in abiti civili, oggi c’e’ ostilita’, diffidenza, disistima. Ed e’ stato il sindaco rosso a cominciare, a provocare lo strappo.

Prima, per essere eletto, ha cavalcato l’estremismo anti-polizia di Al Sharpton per intascare il voto nero e liberal cammellato (700mila voti su 8,5 milioni di cittadini). Ricordate le accuse di discriminazione razziale contro la pratica della NYPD di pattugliare le aree piu’ povere, abitate piu’ da neri e ispanici che da bianchi, e afflitte da una criminalita' dilagante? Quella pratica ha salvato migliaia di vite di giovani neri, hanno sempre sostenuto cifre alla mano Giuliani e Bloomberg. Poi, una volta eletto, de Blasio ha voluto purtroppo mostrare che non era stato opportunista facendo quel genere di campagna. No, lui proprio ci credeva e ci crede al fatto che gli agenti in blu sono razzisti, pericolosi per le minoranze. Tanto che aveva fatto sapere a tutti, parlando alla stampa, di aver messo il figlio mezzo nero Dante in guardia: “Se ti ferma un agente stai attento a come ti muovi”, gli ha detto, perche’ essendo di colore puoi finire male.

E’ stata la dichiarazione di guerra che ha creato il solco piu’ profondo, al punto che i sindacati della polizia, prima ancora che capitassero i due assassinii, avevano fatto girare una petizione in cui gli agenti chiedevano a de Blasio di non partecipare alle esequie del primo poliziotto vittima del dovere. Non credevano che sarebbe successo cosi’ in fretta, ma il solo pensare di far girare una simile mozione era la manifestazione di una relazione irrecuperabile. Il sangue e’ corso poi per davvero, e il killer ha addirittura rivendicato il delitto come una vendetta per il “razzismo omicida” della NYPD. Sono state le bugie sui casi di Ferguson e Staten Island, con le accuse ingiuste ai due poliziotti, insomma, a lastricare le strade di Brooklyn dell’odio dell’assassino. E a pagare sono state due vittime, una guardia asiatica e il collega ispanico, il segno palpabile della diversita’ razziale che e’ l’anima della NYPD. Ma per leggere dentro quest’anima bisogna essere in buona fede, non politicamente deviati in senso anti-polizia, anti law & order. Invece e’ proprio quella la matrice ideologica che il sindaco rosso ha portato a City Hall. Lui non se ne sa liberare, perche’ proprio non vuole. Chiedere scusa per la frase di allarme detta al figlio Dante sarebbe stata la sola cosa giusta da fare, nell’occasione unica di parlare davanti a 25 mila uomini dell’ordine. Lui e ne e’ ben guardato, e gli agenti presenti davanti al maxischermo gli hanno voltato le spalle con un gesto ostentato. Nessuno ha applaudito il suo discorso.

Ecco che cosa non c’era oggi nell’aria tersa dei Queens, l’unita’ di intenti tra sindaco e polizia. Tra sindaco e citta' normale. Una tragedia nella tragedia, un vuoto grave. Per il bene di tutti c’e’ da sperare che la NYPD continui a fare l’adulto nel Palazzo, e lasci a de Blasio l’irresponsabile parte del rivoluzionario che scherza con il fuoco.

di Glauco Maggi

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