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Guerra al terrore

Dall'11 settembre a Charlie Hebdo: breve lezione ai dietrologi

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Dall'11 settembre a Charlie Hebdo: breve lezione ai dietrologi

Le parole sono pietre, e per "leggere" lo stato di salute, il morale, la determinazione all'interno dei due mondi che si fronteggiano ovunque, da Parigi a Peshawar, dalla Nigeria allo Yemen, da New York a Milano, alle parole bisogna andare. Le parole contengono la chiave per capire chi sta per vincere questa guerra, o la sta perdendo. I fatti non li discute nessuno, infatti: i 12 ammazzati mercoledì a Parigi da due jihadisti, i 37 saltati in aria a Sana (Yemen) per un attacco suicida nelle stesse ore, i 132 scolari giustiziati dai sette talebani a Peshawar il 16 dicembre, le 276 bambine rapite da Boko Haram in Nigeria l'anno scorso (e oggi, ultim'ora, un raid dello stesso gruppo ha fatto 100 morti).

L'elenco è parzialissimo, perché si potrebbe risalire ai 13 commilitoni uccisi dal maggiore Usa Kalid Hasan, musulmano, a Fort Hood in Texas nel 2009, alle 3.000 vittime dell'11 settembre 2001, alle stragi alle ambasciate in Africa sotto Bill Clinton eccetera. Sono le parole di chi ha ideato e condotto questi atti di guerra e quelle di chi li ha subiti, a fare la differenza. Già parlare di "atti di guerra" non è affatto pacifico per tutti. Lo è per gli islamici, che hanno sempre rivendicato la loro jihad, la loro "guerra agli infedeli", senza tentennamenti. L'occidente, libero e tollerante perché basato sulla cultura giudeo-cristiana, non ha mai avuto la stessa "moral clarity" (chiarezza morale, per dirla con Nathan Sharansky) nel giudicare gli attacchi.

I complottisti, spesso di estrema sinistra e di estrema destra, sempre rigorosamente anti-americani e anti-ebrei, hanno contribuito a spargere la credenza che Cia e Mossad siano sempre dietro ogni malefatta. E hanno minato, con le parole delle loro risposte ai sondaggi, in primo luogo la verità, e di conseguenza la possibilità dei leader politici e culturali occidentali di essere efficaci ed efficienti. Il sondaggio WorldPublicOpinion.org condotto nel 2008 in Italia rilevò che solo il 56% pensava che Al Qaeda era responsabile dell'atto di guerra contro le Torri Gemelle, con il 15% che riteneva responsabile il governo Usa, l'1% Israele, il 7% altri Paesi e il 21% che "non sapeva". In Francia, chi accusava Al Qaeda era il 63%, l'America l’8%, altri Paesi il 7%, con il 23% che "non sapeva".

Ma questa miserabile "elite" di complottisti è solo la punta dell’iceberg del disarmo morale praticato dall'Occidente contro il nemico che faceva e fa atti di guerra, e che lo ha sempre dichiarato. Vogliamo riascoltare le parole dello Sceicco Mohammed, braccio destro di Osama, al processo a Guantanamo, nel marzo 2007? "Io sono stato il responsabile per l'operazione 11/9, dalla A alla Z. Ero il direttore operativo per lo Sceicco Osama bin Laden per l'organizzazione, la pianificazione, l'implementazione e l'esecuzione… Io ho decapitato con la mia benedetta mano destra la testa dell'ebreo americano, Daniel Pearl (il giornalista del WSJ, ndr)". Oppure le altre parole, recentissime, dell'incappucciato dell'Isis, Jihadi John, che ha decapitato, e mostrato nei video su YouTube, i giornalisti James Foley e Steven Sotloff? "Americani, non state più combattendo un'insurrezione; siamo un Esercito Islamico che è stato accettato da un largo numero di musulmani… E ogni tuo tentativo, Obama, di negare ai Musulmani il diritto di vivere in sicurezza sotto il Califfato Islamico si trasformerà in un bagno di sangue del tuo popolo".

Queste sono parole chiare: individuano il nemico nell'Occidente e gli fanno la guerra. E sull'altro fronte? Parole, commoventi parole, che NON individuano il nemico con la stessa "chiarezza morale". I milioni che hanno provato i brividi ritwittando Michelle #BringBackOurGirls non hanno di sicuro fatto un concreto atto di guerra a Boko Haram. Si sono sentiti bene dentro… e poi domani è un altro giorno. E le 276 giovani vittime sono diventate 500, 1.000, perché Boko Haram è la nuova Isis africana. Da mercoledì, Je suis Charlie è il nuovo urlo disperato di compartecipazione ideale al dramma che sconvolge la Francia, e tutti noi. Ma quanti francesi, quanti europei e americani che proclamano oggi parole di solidarietà ovvie con i caricaturisti e la libertà d'espressione, negli anni e nei mesi scorsi ne hanno gridate altre di parole, e sventolati altri, di slogan, che andavano di fatto nella direzione opposta? "W Snowden. Siamo tutti con Snowden. Abbasso l'America che ci spia e ci controlla. Che ci toglie la libertà". Scrive amaramente, ma inoppugnabilmente, Daniel Henninger sul Wall Street Journal: chi dice "sono Charlie" deve fare qualcosa per essere conseguente. "Battere chi ha trucidato lo staff di Charlie Hebdo richiede qualcosa di più che il mero sentimento". Le parole che risuonano nelle piazze d'Europa a manifestazioni alternate, "Snowen è un eroe" e "Io sono Charlie", "non sono compatibili".

L'Occidente fa negazionismo sulla dichiarazione di guerra che gli ha dichiarato l'Islam militante e si "autodisarma" smantellando le difese tecnologiche delle registrazioni della Nsa. E rischia il suicidio per correttezza politica. Chi può dire che l'attacco dei due criminali venuti dall'Isis non si sarebbe potuto prevenire con una rete più fitta di controlli telefonici e digitali dei numeri e dei nomi sospetti? Non erano mammole incensurate, quei due. E, a proposito di parole dette dai leader politici che hanno il potere di "dare la linea" culturale-politica alle masse, nelle ore del lutto per i cartoonist irriverenti ricordiamo quelle di Chirac, allora presidente francese, che nel 2006 denunciò la decisione di Charlie Hebdo di ripubblicare le vignette anti Maometto della rivista danese. E anche le più recente parole di Obama, campione di contraddizioni e di opportunismo politico, sempre in campagna elettorale e mai statista. Nel 2012 attaccò un video americano che sbeffeggiava il Profeta, e gli attribuì persino falsamente la responsabilità dell'assalto degli islamici al consolato di Bengazi, con tanto di ambasciatore morto. Dieci giorni fa ha invece strapazzato la Sony per il film The Interview, in difesa della satira contro il dittatore nordcoreano. E ieri ha sparso le lacrime di dovere "per la difesa delle libertà a noi care" condannando la strage parigina degli umoristi che avevano dileggiato il Profeta. Lui, Barack Hussein, lo stesso che nel settembre del 2012, riferendosi al video anti Maometto, disse all'Onu: "Il futuro non deve appartenere a coloro che diffamano l'Islam". 

di Glauco Maggi 
twitter @glaucomaggi

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