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Complimenti per la trasmissione

Sergio Saviane, il "Rompicoglioni" che fece grande la critica tv

Un ricordo personale di un maestro (il mio, specialmente)

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
sergio saviane

«Ti si proprio un mona...», mi sparò per un suo pezzo mal «passato» . L’ultima volta che lo vidi in una trattoria di Solighetto, Treviso, Sergio Saviane aveva nello sguardo l’allegria d’un naufragio. Il suo. Aveva già perso: il saluto dell’amico Luciano Benetton (pubblicando Il Miliardario, biografia non autorizzata); la sua rubrica tv sulla Voce quotidiano defunto di fresco; e l’attenzione dei colleghi e dei finti amici, tranne Indro Montanelli che ne scortò le spoglie e gli pagò il funerale. Sergio Saviane da Castelfranco Veneto, a cui oggi Massimo Del Papa dedica un affettuoso pamphlet, Il rompicoglioni- L’eredità perduta di Sergio Saviane (Alberto Liberali Editore, pp 99) era un mentore. Un mentore inconsapevole, magari. Ma per tutta una generazione di cronisti, scrittori e polemisti rappresentò la sana follia di esser sempre «contro» . Contro cosa o chi non aveva, in fondo, molta importanza. Saviane era «contro» i casi giudiziari irrisolti quando nel ’64 pubblicò come cronista di nera il racconto-inchiesta I misteri di Alleghe, tra Scerbanenco e i reportage di Giorgio Bocca negli anni 60. Era «contro» la borghesia radical chic degl’intellettuali di sinistra anche se, in effetti era uomo di sinistra, «ma una sinistra sparita semai c’è stata, ruzantiana, più vicina a Peppone», scrive giustamente Del Papa. Collezionava querele, Sergio. Le migliori piovvero con Il Moravia desnudo che distruggeva un mito del 900: «Poareto, Moravia non sapeva dove mettere le virgole, l’unica cosa che gli riusciva bene era girare l’Africa con la Dacia Mmaraini a fotografare merde d’elefante». Girava i tribunali per il cumulo delle querele, con la rassegnazione della figlia Caterina.

Saviane era «contro» la stampa partigiana, quando, col manipolo di spiriti folli del Male (non erano solo cannaioli, e lui lì dentro ci sguazzava, caro Del Papa) , fece credere all’Italia intera che Ugo Tognazzi era il capo delle Br. Saviane era perfino «contro», il suo stesso ideale di borghesia -longanesiano, montanelliano-), quando migrando alla Voce dall’Espresso che lo cacciò per far posto al dimenticabile Pirella, si trovò a massacrare la sinistra e Berlusconi. Contemporaneamente. Non era facile. Mi ricordo che nel ’94, proprio sulle pagine dell’ultimo quotidiano di Montanelli (dove aveva come vicecritico tv l’ottimo Nanni Delbecchi del Fatto; io, allora, ero aspirante vice del vice), Sergio coniò per Irene Pivetti, allora presidente della Camera, il termine di «gobeta sopressada». «Se ci pensi la Pivetti ha una gentile faccia da gobbetta, ma non ha la gobba», mi disse. Ed era vero. Poi si vantava dell’imbarazzo provato dai carabinieri che gli recapitarono in osteria un avviso di garanzia per ingiuria ad alte cariche dello Stato. Sergio, allora, offrì loro un' ombra di bianchetto.

Saviane vergava dalla sua casina di Castelcucco le critiche televisive che lo resero il decano della categoria; quello, per capirci, quello che inventò il termine «mezzobusto». Fu il mio maestro. Come Baudelaire e Jack London, si ricaricava a botte di Pinot. Il libro di Del Papa, che talora prende a pretesto Saviane per scivolare in ideologismi che a Sergio avrebbero fatto venire l’orticaria (Saviane adorava Marco Travaglio che riteneva il vero erede di Montanelli) , ha il merito di rammentare ai giovani un modello di giornalismo che io stesso, di tanto in tanto, tendo a dimenticare. Che, poi, alla fine aveva tristemente ragione Stefano Lorenzetto nel suo Hic sunt leones (Marsilio): «A Scalfari Il Meridiano, a Saviane l’oblio». Grazie Sergio. Di tutto.

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