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Sfida a distanza

GOP, i candidati scendono in campo: la pagella del primo weekend

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

GOP, i candidati scendono in campo: la pagella del primo weekend

Week end ricco di notizie e di voci sulla battaglia che si profila all’interno del GOP per la scelta del candidato per il 2016. Un nome vecchio è rispuntato dalle ceneri del 2008, senza alcuna prospettiva seria: Sarah Palin, che partecipando a un convegno di partito ha risposto “of course”, “certamente”, a un giornalista che le ha chiesto se pensa ancora alla Casa Bianca. Ma ci sono anche stati due esordienti che hanno giocato bene le loro prime carte. Una è Carly Fiorina, un passato di manager di livello mondiale da capo della Hewlett-Packard ed un presente “esplorativo” delle sue potenzialità come candidata donna in un lotto tutto maschile. Ha parlato al “Freedom Summit” nello Iowa e ha fatto colpo. “Carly Fiorina, di cui la maggior parte della gente di qui non aveva mai sentito parlare, ha avuto il miglior riscontro”, ha detto l’ex chairman del GOP dell’Oklahoma Gary Jones, presente. “E’ emersa come una donna molto intelligente e una forte leader. L’ex Ceo della più grande azienda high tech al mondo ha insomma migliorato molto la propria immagine da politica”.

Di un altro tenore è stata l’affermazione di Scott Walker, il governatore del Wisconsin. Vincitore di tre elezioni in quattro anni, le due regolari gare per il posto da governatore e nel mezzo la consultazione speciale per farlo decadere imposta dai sindacati con una raccolta di firme, Walker doveva mostrare di sapersi destreggiare anche di fronte ad un pubblico diverso da quello del proprio Stato. Tutti gli iowani repubblicani presenti a Des Moines, nello stato che terrà il suo primo “caucus” tra un anno ed è gelosissimo del tradizionale ruolo di “primo valutatore delle candidature”, conoscevano ovviamente le sue performances ma non avevano idea del suo spessore da leader, e delle sue qualità da conferenziere-trascinatore che sono il vero test per fare strada nella politica USA (Obama docet). “Scott Walker è stato l’altro personaggio che ha migliorato di più la propria immagine insieme alla Fiorina”, ha detto Jones. “Si è mosso con scioltezza da un capo all’altro del palcoscenico, le maniche della camicia arrotolate, senza teleprompter, andando alla sostanza su che cosa farebbe in concreto da presidente. Era stato preceduto dalla fama di essere un oratore di poco fascino. Non lo e’ stato, anzi”.

In California, a un meeting “concorrente” finanziato da un gruppo di repubblicani tra i quali i fratelli Koch, si sono confrontati invece, a muso duro, tre senatori “favoriti” dei Tea Party. Marco Rubio e Ted Cruz, entrambi di origini cubane, sono notoriamente divisi tra loro sulla riforma dell’immigrazione (il primo possibilista e il secondo nettamente anti-amnistia), ma hanno vestito gli stessi panni da falchi in politica estera, criticando aspramente Obama sul patto nucleare in gestazione con l’Iran, e sull’apertura al riconoscimento del regime castrista.

Il terzo senatore, il libertario Rand Paul, ha fatto la parte dell’”obamiano”: pacifista e non interventista verso Teheran, e contrario all’embargo verso Cuba. La tattica di Paul mira a sfondare nell’elettorato giovane, anche filo-democratico, e sarà interessante vedere nel corso delle prime primarie del GOP se questo messaggio "controcorrente" in politica estera e della sicurezza aprirà davvero nuovi orizzonti per i repubblicani, come lui va promettendo.

In mezzo a tante chiacchiere e guerre di posizione, il solo fatto vero, anche se come notizia era data per scontata da tempo, è che è sceso ufficialmente in campo Chris Christie, il governatore del New Jersey. Ha creato un suo Comitato di azione Politica (nome: “Leadership Matters for America” “la Leadership e’è importante per l’America”) e può così partire con le assunzioni di personale. Christie è il terzo rappresentante del “fronte moderato”, dopo Jeb Bush e Mitt Romney, a uscire allo scoperto per “prenotare” i finanziatori, e i quadri da assumere per lo staff della campagna. La prima mossa di Bush, a fine dicembre, sta facendo pressioni sui candidati della sua stessa area, definita dell “establishment” in contrapposizione all’ala più conservatrice e vicina ai Tea Party. Questi ultimi sanno di non poter attrarre come donatori i pezzi grossi del mondo del GOP e dei network dei Bush o dei Romney, come per esempio le associazioni degli imprenditori e dei business (su tutte l’American Enterprise Institute) che hanno mostrato con le elezioni di novembre di volere andare al sodo. Se nel 2014 non hanno lasciato spazio alle “ideologie pure” dei teapartisti e degli evangelici e hanno fatto riconquistare il Senato al GOP con candidati attraenti anche per gli Indipendenti, nel 2016 puntano al bis con la Casa Bianca. Sanno che la prima battaglia da vincere e’ quella delle primarie, dove l’influenza dei “militanti radicali” rischia di essere sproporzionata, per importanza, rispetto al ruolo che avrà poi l’elettorato generale, centrista e non dogmatico, tra due anni. Per questo l’anima “tradizionale” del GOP mostra urgenza nel prendere posizione.

di Glauco Maggi 
twitter @glaucomaggi

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