Cerca

La migliore band italiana

Verdena, lunga vita al rock

Il ritorno dei tre artisti bergamaschi, musicisti di talento e giocolieri del nonsense. L'album s'intitola Endkadenz vol.1

29 Gennaio 2015

0
Verdena, lunga vita al rock

Roberta Sammarelli, Alberto Ferrari, Luca Ferrari

Perché la rock band italiana dei Verdena sia probabilmente il miglior gruppo musicale della scena nostrana non è facile dirlo, tantopiù se si è sprovvisti di strumenti critici approfonditi, e chi scrive non è un critico del settore. Ma un appassionato sì. Conosco poco la musica, ma da oltre 35 anni la ascolto con assiduità. Pur avendo abbandonato abbastanza presto lo stato di fan, essendo la parola radice di “fanatico”, non ho mai smesso di studiare la musica pop e tutti i suoi protagonisti di riferimento, da quelli conosciuti su scala planetaria, a quelli che si sono guadagnati solo qualche riga in nota all’ormai oceanica saggistica e letteratura in merito. Se l’orami attempato ma sempre attivo Neil Young già nel 1979 cantava “Rock ‘n roll will never die”, quando il fenomeno punk sembrava voler far piazza pulita di tutti i precedenti cliché del mestiere, ebbene, ci aveva visto giusto. Almeno fino a oggi. La discografia è ridotta all’osso, la musica si è digitalizzata, è distribuita capillarmente sulla Rete e non costa quasi nulla al consumatore finale. Ma qualcosa rimane a sostenere l’indebolito edificio del rock. Innanzitutto, la passione. Migliaia di gruppi si formano ogni giorno nel mondo, suonando magari solo per gli amici. La proposta musicale è vasta. Molto viene registrato e diffuso, magari in cerchie ristrette di ascoltatori. Qualcuno ricorda My Space? E’ superato, in compenso ci sono le comunità on line per musicisti, come MusicOff. C’è YouTube, per chi vuole presentarsi con un video. Lo stesso Facebook. Adesso però devo chiedere scusa per questa spatafiata e tornare ai Verdena. Sono in tre: Alberto Ferrari alla chitarra, Roberta Sammarelli al basso, Luca Ferrari alla batteria. I primi due suonano anche pianoforte e tastiere. Abitano a Albino, nel Bergamasco, val Seriana. Un posto salubre e forse favorevole alla creatività, visto che ne hanno a vagoni. E’ appena uscito il loro sesto album Endkadenz, ed è diverso da tutti gli altri. Tra l’altro questa è la prima di due parti, la seconda apparirà a inizio estate. Setacciando le innumerevoli opinioni gratuite e banalotte che nella Rete abbondano, dato che chiunque può scrivere quello che gli pare, ho cercato di farmi un’idea di quale sia stata la reazione a Endkadenz vol.1, andando a rovistare tra alcuni dei siti più autorevoli. Ecco che cosa ho trovato. Scrive Giulia Cavaliere del sito Rockit, www.rockit.it/recensione/27868/verdena-endkadenz-vol-1: “E’ una piccola opera epica rock, un lungo delirante canto sinfonico in fuzz perpetuo che scioglie chitarre estreme in atti armonici strazianti, giocando con il pop, con la ballata, con il valzer, un certo rock inglese e il Lucio Battisti che getta gli anni Settanta negli Ottanta” . Prosegue poi con una dissertazione molto tecnica non priva di frasi criptiche: “ ‘Endkadenz’ porta tutto oltre e di brano in brano sembra voler superare la propria stessa scrittura, mescolare uno spettro di influenze ancora più vertiginoso da estrarre con le pinze da un magma infuocato di antica potenza rock che fa riemergere i Verdena più lontani che riusciamo a immaginare ma di certo non si ferma lì”. Scrive Claudio Lancia del sito Ondarock, www.ondarock.it/recensioni/2015_verdena_endkadenz1.htm : "Rispetto a 'Wow' (il disco precedente, del 2011) risaltano all’occhio diversi denominatori comuni, vuoi per certe armonie (“Puzzle”), vuoi per la presenza del piano, che si riaffaccia non di rado nel processo compositivo (“Diluvio”, “Vivere di conseguenza”). Emergono riproposizioni di idee musicali già ben percorse in passato, vedi le ballad obliquamente cristalline (“Nevischio” è una delle migliori), oppure i chitarroni saturi di “Alieni fra di noi” e “Inno del perdersi”.
Ma questa volta non ci sono le bordate che rendevano abrasivo il loro approccio (ricordate “Isacco nucleare”?): si sviluppa piuttosto un maggior controllo dell’energia irradiata, figlio forse di una crescente consapevolezza e della raggiunta maturità che se da un lato tende inevitabilmente a smussare gli angoli, dall’altro non priva mai il risultato finale della necessaria spinta emotiva. C’è però la questione dei testi. Fin dall’inizio, i testi dei Verdena, appannaggio di Alberto Ferrari, sono stati interpretati a fatica. Poi è diventato chiaro che hanno più che altro un senso musicale o onomatopeico, o fonosimbolico. Insomma, sono lì per come suonano e non per quello che significano lessicalmente. A questo proposito mi sono imbattuto in un articolo di particolare arguzia, a firma di Virginia W. Ricci, apparso sull’irriverente e spassoso sito Noisey: http://noisey.vice.com/it/blog/semantica-dei-testi-dei-verdena . Ho interpellato l’autrice, chiedendole un giudizio personale sulla band. Mi ha detto: “Il mio parere personale è che i Verdena siano bravi musicisti, e non semplicemente bravi strumentisti o bravi surfisti del marketing o delle tendenze stagnanti del cosiddetto indie italiano di mantenere sempre le stesse persone a galla, quasi senza metterle in discussione. Credo che loro si distinguano per la ponderatezza delle loro uscite e perché, si possano amare o odiare, non sembra che buttino a caso l’amo per raccogliere qualche data, come altri esponenti della musica italiana, troppo spesso, fanno. A me piacciono i Verdena perché si mettono alla prova da soli, si vede che riflettono e lavorano su ogni dettaglio, oltre ad avere qualità artistiche (non solo tecniche) e formazione a me affini, ma io sono una beatlesiana o come si dice, adoro ogni declinazione un po’ barocca del rock, adoro i manierismi e i calchi a mo’ di citazione se sono ben integrati in uno stile, e lo stile dei Verdena è deciso. Continuo a non capire una mazza dei loro testi, ma ti dirò, credo che tra tutti i testi pretenziosi e da prolasso degli organi interni che ho sentito provenire da una certa fascia di cantautorato negli ultimi anni e il nonsense, appoggio di gran lunga il nonsense”. Nel 2011 ho incontrato i Verdena, lo ho intervistati e ho seguito alcune date del lunghissimo tour estivo-autunnale. Non era facile parlare con loro. Non che non fossero gentili, anzi, ma ho avuto l’impressione che se ne fregassero di qualunque cosa non avesse a che fare con la musica. Qualche parola però l’abbiamo scambiata, e Roberta fu davvero educata con me, gli altri due si potrebbero definire dei diversamente educati. Ma simpatici, lavoravano molto, concentratissimi, nervosi e ansiosi prima dei concerti, ultraenergici durante, adrenalinici dopo. Il loro entourage era fatto di ragazzi solidi e affidabili, capaci di affrontare qualsiasi problema tecnico. A tarda notte saltavano su un pulmino guidato da Roberta e, potendo, tornavano a casa, fermandosi a mangiare negli autogrill. Alla fine dell’ultimo concerto di quel tour, al Bloom di Mezzago (provincia di Monza e Brianza) erano contenti e sollevati e mi dedicarono delle frasi quasi incomprensibili su una specie di papiro che ho incorniciato e appeso in camera. Quella sera chiesi a Roberta di sposarmi, ma lei declinò con garbo signorile. Da allora non li ho più visti né sentiti. Alcune volte, per esempio a Natale, gli ho spedito dei regali. Chissà se li hanno ricevuti. Mi è stata promessa un’altra intervista tra qualche giorno. Non vedo l’ora e la pubblicherò su Libero nell’edizione di carta. Credo che gli porterò una torta, dei superalcolici e un libro. Ho i biglietti per la prima data del tour, a Rimini, il 27 febbraio. Sono vecchio e abbastanza intronato, ma il rock mi piace ancora, e mi piace così.

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

Paolo Bianchi

Paolo Bianchi

Paolo Bianchi è nato a Biella nel 1964. Ha pubblicato "Avere trent'anni e vivere con la mamma" (Bietti, 1997), "Uomini addosso" (ES, 1999), "Il mio principe azzurro" (ES, 2001, con Igor Sibaldi), "La repubblica delle marchette" (Stampa alternativa 2004, con Sabrina Giannini), "La cura dei sogni" (Salani, 2006), "Per sempre vostro" (Salani, 2009), "Inchiostro antipatico. Manuale di dissuasione dalla scrittura creativa (Bietti, 2012). Ha scritto per riviste e quotidiani, fra questi ultimi "Il Foglio". "Il Giornale" e, dal marzo 2010, "Libero". Lavora anche come traduttore letterario.

media