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Saneremo 2015 è come Mattarella

Strane analogie Dc fra il festivale e la politica...

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Saneremo 2015 è come Mattarella

Austero, silenzioso, templare dell’istituzione, un po’ stazzonato, rispettato dagl’italiani che non lo considerano -ammettiamolo- una prima scelta; ma che poi, extrema ratio, l’esaltano in massa nel nome d’una rassicurante tradizione. Non è Sergio Mattarella, è il Festival di Sanremo 2015.
C’è qualcosa di nuovo eppur d’antico, in questo Festival (oltre 49% di share per la prima serata 49.34% per l'esattezza, in crescita sul 2014 ). In media gli spettatori sono stati 11 milioni 767 mila)che dopo l’eversione radical chic di Fabio Fazio, ritrova l’usato sicuro del Bravo Presentatore, Carlo Conti,l’evoluzione genetica di Pippo Baudo. Il quale Baudo, non a caso -ottantenne di lucida analisi- commenta dal ventre inabissato della grande Balena bianca: «Si parla di un festival democristiano? Ma la Democrazia cristiana non è mai morta, io stesso mi sento ancora di farne parte...». Ed è qui che s’incrociano le metafore, sbuffano le analogie: tra la deflazione e la disoccupazione, tra l’Isis e l’Ucraina, tra il debito greco e la crisi del lavoro, avendo provato di tutto, l’ansiolitico delle paure più ancestrali arriva, oggi, dal ricorso all’antico. Effetto Mattarella, sotto la cresta dell’onda. Per decifrare i laconici propositi del Presidente della Repubblica occorre un decreto attuativo; per capire quelli dell’Ariston è necessario leggere oltre l’abbronzatura di Carlo Conti. Quest’anno nessuna polemica sulle vallette, sul cachet del presentatore (che comunque guadagna sempre il doppio del Uomo del Colle, 500mila euro), sui superospiti alcuni dei quali, come Anastacia o Micheal Bolton, perfino scartati per «la bassa qualità dei brani presentati». Quest’anno, più d’ogni altro pare che contino le canzoni. Si mescola il vecchio al giovane in un’ossigenante operazione nostalgia: Albano e Romina ai Dear Jack, Nek a Nesli. E qui si staglia un’ottimo Masini che canta la riscossa dei depressi in un crescendo orchestrale; e lo si accosta, sullo stesso palco, a una grande Malika Ayane che declama il nostalgico presente di due amanti clandestini; che, poi, se proprio vogliamo, essendo Masini di destra e la Ayane etnicamente di sinistra, la trita metafora del Patto del Nazareno è lì a due passi, ma per pudore è meglio non scomodarla. E sarà un caso ma la kermesse della riviera cade proprio nei giorni della lista Falciani sui grandi correntisti nella Svizzera denudata dal segreto bancario, dei guai di alcuni artisi col fisco; mentre in Parlamento s’attende l’approvazione della clausola «Salva Silvio», il mitico decreto sulla depenalizzasione fiscale fino al 3% dell’imponibile. Eppure, niente, nessuna polemica, nessuna perturbazione etica, politica, sociale, all’orizzonte. Normalizzazione. Come nella discussione dell’Italicum. Però, come cambiano i tempi.
Nel 2009 tutti noi cronisti attendevamo in sala stampa un messianico Berlusconi nel pieno del suo fulgore. Nel 2012 eravamo incollati alle terga a e alle intemerate di Celentano che soffocò il concorso. Nel 2013 ci buttammo, di corsa, su Maurizio Crozza che satireggiava, male, sul Berlusca e un po’ meno su Bersani, chiedendoci quanto le performance d’un comico avrebbero influito sull’imminenza del voto (nulla. Infatti, dopo s’è visto...). L’anno scorso rincorremmo il fenomeno Beppe Grillo che, all’esterno dell’Ariston, cominciava l’affannosa galoppata dei Cinque Stelle verso il nulla. Sanremo è il nostro Superbowl e, al contempo, il nostro Parlamento riunito in seduta plenaria. Lo sapeva bene Andreotti che lo guardava, claustrale, al riparo di occhi indiscreti. Ne era conscio Cossiga che si divertiva a scommettere sulla share delle serate. Non ne ignora certo la formidabile propulsione pop Matteo Renzi, forse non il solo ad accorgersi che il suo primo Sanremo non è affatto blairiano ma rivulge d’un’anima squisitamente diccì. Che questo, poi, sia un bene o un male lo sapranno solo gli dei...

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