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Complimenti per la trasmissione

Falco, uno sbirro anni 90 nella Parigi di Hollande

Un bel remake su Premium Mediaset

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Falco

Gli slavati anni 90 furono anni di passaggio. In quegli anni Alexandre Falco, sbirro parigino con figlia in culla e moglie adorabile tipo Juliette Binoche ma più simpatica, una sera esce di casa, in moto, per un blitz col collega Menard; ma, a causa di una pallottola presa in faccia in un conflitto a fuoco, rimane steso a terra. Per circa ventidue anni.
Quando si risveglia dal coma, in ospedale, in una soggettiva che ricorda Humphrey Bogart ne La fuga (del ’47, tratto da un bel noir di David Goodis) , Falco si rende conto che il mondo è cambiato. La moglie, dopo averlo vegliato per un decennio, s’è risposata, la figlia Pauline non lo conosce e Menard è diventato commissario. Falco, uomo dal sorriso triste sempre con la sigaretta in bocca in un mondo in un cui regna il divieto di fumo, cerca di riappropriarsi della propria vita. Non sa usare il pc, non conosce Ineternet, tratta il blackberry come un cubo di Rubik e sta sulle palle a tutti. Si trasferisce in un appartamento molto anni 90 con tinello berlinese e colori terribili e da lì risolve, da solo, il caso di una escort ammazzata che faceva il doppio gioco con la polizia e il triplo coi pezzi grossi della finanza. Menard che lo voleva pensionare gli ridà il distintivo, lo mette in coppia con un tenentino sfigatello e la fa lavorare -scherzo atroce del destino- con un medico legale che risulta essere il nuovo compagno della moglie; e gli appioppa ogni settimana la visita di una psicologa implacabile. Uno normale si sparerebbe. Invece Falco (Mediaset Premiun Crime, prima serata) riavvolge la propria routine attorno al suo lavoro di onesto sbirro di talento, piange ogni tanto, ma poi mette alla moto un carburatore nuovo e si lancia sulle strade percorse da Hollande. Drammatico un po’ alla Izzo, narrativo alla Simenon con striatura dell’umorismo di Luis De Funes, Falco è una sorpresa, a cominciare dal protagonista, interpretato da Sagamore Stévenin. A dire il vero temevo che quest’adattamento francese della serie tedesca Last Cop m’insufflasse lo stesso senso di tristezza. Invece no.
Sarà perchè Falco è un personaggio da noir anni 50. I suoi metodi investigativi non sono whodunit, da giallo deduttivo; sono empatici e, al contempo muscolari. La commozione per i bambini figli delle vittime è vera, la voglia di spaccare la faccia al medico che va a letto con la moglie, pure. Una delle rare volte in cui il remake surclasse l’originale.
Sfrutta della visualizzazione.

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