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Complimenti per la trasmissione

Se l'Oriana fosse viva s'incavolerebbe di brutto

La fiction di Raiuno sulla grande giornalista

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Vittoria Puccini- Oriana Fallaci

«Me ne vado portando via con me l’immagine di un paese destinato all’infelicità...».

La suddetta frase è pronunciata da Vittoria Puccini nei fragili panni di Oriana Fallaci (L’Oriana, Raiuno lunedì e martedì, prime time, un misero 14% di share) in riferimento all’Iran di Khomeini; ma si attaglia facilmente alla sensazione insufflata dalla stessa fiction nello spettatore medio. Infelicità. Tanta infelicità. Un sudario d’infelicità ricopre il tentativo -coraggioso, ma maldestro- di trasporre le gesta della più grande giornalista italiana d’ogni tempo. Eppure, teoricamente, sulla carta, la storia c’era tutta. C’era la parte avventurosa dell’eroica cronista in elmetto sui campi di fango e sangue del Vietnam («Buttavamo i vietcong dall’elicottero dopo averli fatti confessare», le confessa un ufficiale americano con accento terribilmente simile a quello di Alan Friedman); i proiettili nella schiena beccati durante le manifestazioni di piazza messicane; l’errabondare con la sigaretta perennemente in bocca negli orrori della Grecia dei colonelli. C’era anche la parte sentimentale: gli incontri neanche troppo segreti all’Hotel Continental di Saigon; la love story tenera e ferocissima con Panagulis; il rapporto col babbo «destinatario di un amore burbero e profondo»; il tira- e-molla tra i ricordi nell’intervista con una giovane aspirante giornalista alla quale Oriana -in riferimento a alle sue finte nozze prima del famoso incontro intervista con Khomeini- rivela: «Non è assurdo che l’unico matrimonio della mia vita sia stato con un religioso islamico?» e la ragazza esulta: «Che ganza!». Ecco. A «Che ganza!» la vera Oriana avrebbe estratto un mitragliatore leggero. Sulla carta la materia era viva, insomma. Purtroppo ne è una uscita una cosina bidimensionale, un’accozzaglia di flashback ricuciti dalla presenza della protagonista, la Puccini. La quale -figura fragile e minuta rispetto alla possanza dell’Oriana- impostavala drammaturgia non nell’interpretazione, ma sull’imitazione. Per non dire della regia a tratti narcotica. Meglio, allora la riduzione teatrale che ne fece, anni , fa Monica Guerritore.

«Se fosse stata ancora viva, di certo Oriana Fallaci avrebbe impedito tale scempio, non prima di aver massacrato verbalmente chi se n’è reso responsabile», scrive Domenica Naso sul Fatto Quotidiano. Concordo. Spero solo che ora a nessuno venga in mente una fiction su Montanelli...

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