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Presidenta?

Lo scandalo di Hillary Clinton (di cui nessuno, o quasi, parla)

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

E’ uno scandalo, ma non fa scandalo perche’ riguarda la famiglia Clinton. E, si sa, la Hillary “deve” diventare “la prima donna presidente”. Quindi l’esercito dei media cartacei e televisivi mondiali favorevoli alla sinistra, cioe’ non meno dell’80%, e’ gia’ schierato in sua difesa e protezione. Oggi il Wall Street Journal, fuori dal coro, ci ha provato a “sbattere in prima pagina” il conflitto di interesse e le connessioni finanziarie con le corporation multinazionali Usa della Clinton durante i suoi anni da Segretaria di Stato. Ma il GOP non si illuda troppo. Le somme dei finanziamenti da capogiro, e i nomi tossici dei finanziatori dei Clinton, ucciderebbero all’istante la candidatura di qualsiasi repubblicano, da Jeb Bush a Scott Walker, se fossero mai oggetto di uno solo degli intrallazzi documentati. Invece, la Clinton Foundation, la collegata Clinton Global Initiative, e la recentemente ri-nominata Bill, Hillary & Chelsea Foundation, sono state per anni e continuano ad essere la destinazione della generosita’ “ disinteressata”, a sentire i donatori e i recipienti, di centinaia di compagnie “for profit”, ma non succede nulla. Eppure , almeno una sessantina di societa’ hanno fatto lobbismo al Dipartimento di Stato durante gli anni di Hillary, contemporaneamente versando 26 milioni di dollari alla Clinton Foundation. Fosse tutto qui.

Almeno 44 delle 60, e’ emerso dai documenti pubblici visionati dal WSJ, ma ai quali gli “investigative reporters” del New York Times, del Washington Post o della CNN non sono finora mai stati interessati, hanno partecipato a “progetti filantropici”, valutati 3,2 miliardi di dollari, coordinati dalla Clinton Global Initiative. Volete qualche nome di “amici”? La General Electric, per esempio, che nel 2012 fu “avvicinata” dalla Clinton Foundation per espandere una iniziativa sanitaria della GE gia’ in essere. Nello stesso anno, quello in cui in Libia e’ stato ucciso l’ambasciatore Usa da Al Qaeda, Hillary ando’ a trovare il presidente algerino per assicurare alla GE la vittoria nel bando per costruire impianti d’energia nel paese africano. Un mese dopo il viaggio, la Clinton Foundation annuncio’ la partnership con la GE sulla salute, a cui la societa’ contribui’ con una somma tra mezzo milione e un milione. In settembre, l’Algeria diede i lavori alla GE.

Wal-Mart , che e’ la piu’ grande catena di distribuzione al mondo e non ha i sindacati , e’ un altro nome innominabile nella sinistra: eppure la Hillary ha servito nel suo consiglio d’amministrazione dal 1986 al 1992, mentre Bill era governatore dell’Arkansas. Ha donato 1,2 milioni alla Clinton Foundation per un programma educativo e dal 2008 ha versato 370mila dollari come “membro della Fondazione”. Poi ci sono la Microsoft, con 130 milioni in computer e software, e la Boeing. Nel 2009, Hillary visito’ a Mosca il Boeing Disegn Center, e fece lobbismo con il Kremlino affinche’ acquistasse 50 Boeing 737 per 3,7 miliardi. Riusci’ nell’intento, battendo la concorrenza dell’europeo Airbus Group. Finalmente si capisce che cosa intendesse Hillary quando disse, appena nominata segretario di Stato, “dobbiamo resettare le relazioni con Mosca”. Nel 2010, due mesi dopo la firma del contratto, la Boeing fece la sua prima donazione alla Clinton Foundation per 900mila dollari, per ricostruire le scuole di Haiti, a cui sono seguiti altri 200mila dollari.

Sui rapporti con il mondo “nero” del petrolio, sempre accostato dai media ai Bush per demonizzarli, brillano quelli di Hillary con la Chevron e la Exxon Mobil, e con i paesi arabi produttori. La Chevron ha donato 250mila dollari nel 2013. La Exxon ha dato 2 milioni a partire dal 2009 alla Fondazione e 16,8 milioni dal 2007 a Vital Voices, un’altra “charity” fondata da Hillary a favore delle cause femminili. Ma molto piu’ “pesanti” sono i milioni avuti nel solo 2014 dagli Emirati Arabi Uniti (da 1 a 5 e’ quanto scrive sul suo sito la stessa Clinton Foundation) e dall’ Oman (stessa cifra). Dall’Arabia Saudita, dove le donne non possono guidare e non ci sono liberta’ di base come quelle di stampa o di religione o di voto, la femminista aspirante prima donna presidente s’e’ beccata, per la sua Fondazione, da 10 a 25 milioni, da quando e’ nata ad oggi.

Ma sul petrolio e l’energia c’e’ anche un aspetto sfacciato nell’attivita’ di Hillary: si sa che i verdi, “per salvare il pianeta”, sono contro il fracking per estrarre gas e petrolio dalle rocce, e che i democratici USA incassano finanziamenti dai miliardari ambientalisti. Obama e’ contrario alla Keystone Pipeline, e la Hillary vive nello Stato di New York, dove il governatore Andrew Cuomo, fedele clintoniano da una vita, ha ancora di recente bocciato l’idea di promuovere l’estrazione idraulica nello stato. Bene. Nel 2012, da segretaria di Stato, Hillary ando’ in Bulgaria per cercare di far cambiare idea al parlamento locale, che aveva votato per una moratoria del fracking e aveva ritirato la licenza di esplorazione della Chevron. Contro il fracking in patria, a favore all’estero.

I Clinton hanno avuto di sicuro un’idea geniale nel creare il castello delle Fondazioni, ma la fanno franca per la collusione dei giornalisti. In un colpo si stanno finanziando legalmente una campagna promozionale familiare, buona oggi per Hillary e un domani per Chelsea, bypassando ogni legge di limitazione per i fondi politici, e apparendo sulla stampa globale rafforzando il brand di “buonisti” con i soldi delle multinazionali e dei governi stranieri. Se questo non e’ conflitto d’interesse, come chiamarlo?

E’ vero che una parte dei soldi incassati va alle “cause” (fame, sete, malattie, educazione), ma una bella fetta va per spese di viaggi (8,5 milioni nel solo 2013) e una quota ancora piu’ ricca va nel mantenimento di una rete di funzionari e di dipendenti, che migrano tranquillamente nel parcheggio dorato delle Fondazioni tra una campagna elettorale e l’altra. I repubblicani cercheranno di attaccare l’evidente scorrettezza etica del comportamento politico della famiglia, ma sara’ uno sforzo immane, penoso e vano, per via dello scudo alzato dai media amici dei democratici. Il paradosso e’ che soltanto la discesa in campo di Elizabeth Warren, la populista spalleggiata dall’ala piu’ ambientalista e piu’ anti-businnes del partito democratico, potrebbe scalfire la corazza dei Clinton. Nel 2008, del resto, la batosta per Hillary venne dalla sinistra che favori’ Obama, non da John McCain.

di Glauco Maggi

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Commenti all'articolo

  • graywolf917

    22 Febbraio 2015 - 12:12

    Veramente vive negli Stati Uniti? Probabilmente in qualche ovattato grattacielo di New York. L'intero specchio politico statunitense è sostenuto dalle multinazionali. Jeb Bush ha già raccolto fondi dai multimilionari per cifre incredibili. I Bush stanno comprando la terza Presidenza degli USA coi Petrodollari e Lei sta a guardare le piccolezze dei democratici.

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