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VERDENA

"Ora vogliamo sfondare all'estero"

La banda bergamasca è partita per un lungo tour. Molti concerti da tutto esaurito

2 Marzo 2015

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"Ora vogliamo sfondare all'estero"

I Verdena in concerto

I Verdena sono tre teste dure bergamasche, due fratelli e una ragazza che negli anni Novanta formarono un gruppo rock e, contro le previsioni di molti, sono ancora qui a fare la loro musica. Una band "alternativa", indipendente per quanto protetta dall’ombrello di una grossa casa discografica (la Universal). Capitanati da Alberto Ferrari (chitarra, voce, tastiere), con il fratello Luca alla batteria e Roberta Sammarelli al basso, sono una delle espressioni musicali pop più interessanti in Italia. Venerdì 27 febbraio, al club Velvet di Rimini hanno iniziato un tour concomitante all’uscita del loro sesto album, Endkadenz, diviso in due parti separate. La prima è già nei negozi, la seconda vedrà la luce a inizio estate. Per molte date del tour i biglietti sono già esauriti. Abbiamo rivolto qualche domanda a Roberta.

Siete in attività dal 1995. Al sesto album ve la sentite di fare un bilancio?

«Positivo! Abbiamo costruito tantissimo, ci siamo dedicati alla nostra passione più grande, la musica, e abbiamo cercato di farlo al meglio. Ci riteniamo molto fortunati».

Qual è stata finora la vostra maggiore soddisfazione e quale la più grande delusione?

«Soddisfazioni tante, sicuramente ritrovare il pubblico così numeroso ogni volta che esce un nuovo disco. Sia per Wow che per Endkadenz abbiamo passato 3 anni chiusi in studio di registrazione, ci siamo chiesti più volte se dopo tutto quel tempo ci sarebbe ancora stato interesse nei nostri confronti, ma il nostro pubblico ci stupisce ogni volta. La più grande delusione è non essere ancora riusciti a costruire un percorso continuativo all’estero, cantando in italiano è piuttosto difficile, ma ci proveremo ancora».

Chi è il vostro pubblico?

«Per una grossa fetta sono nostri coetanei, quelli che ci hanno conosciuto e seguito fin dal primo disco. Poi ci sono le nuove generazioni, che ci scoprono per lo più tramite internet, o dai fratelli/ sorelle maggiori. Non credo ci sia una fascia sociale definita, non parlando di temi sociali o politici nei testi credo possiamo essere ascoltati da tutti».

Che musica avete ascoltato durante la lavorazione di Endkadenz e che cosa ascoltate in questo momento? «Pochissima musica nuova, perché riascoltavamo continuamente le nostre registrazioni. Nei pochi momenti di pausa: Paul Mc Cartney, Beach Boys, Elvis, Philip Anselmo and the Illegals, Uncle Acid & the Deadbeats».

Che cosa pensate della musica italiana?

«Non siamo molto aggiornati sul panorama italiano, se non sui gruppi della nostra città, che ogni anno escono con progetti molto interessanti». Seguite il festival di Sanremo e se sì che opinione ne avete? «È capitato di seguirlo, ma non quest’anno. Penso che faccia parte della cultura del nostro paese, anche se credo che debba un po’ “aggiornare” la sua impostazione, ma è una bella possibilità per un cantante».

Che senso ha per voi la parola “maturità”, sia in senso artistico, sia personale?

«Consapevolezza, padronanza di quello che si fa. Artisticamente credo sia un percorso in continuo divenire, per cui non si smette mai di crescere, e quindi di maturare. Ascoltando i nostri primi dischi riconosco di aver fatto un percorso verso la maturità, ma non è ancora finito!»

Se doveste immaginare il vostro futuro, diciamo fra dieci anni, che cosa vedete?

«Non ne ho la più pallida idea! Sicuramente la musica farà ancora parte delle nostre vite, potremmo essere al decimo disco, oppure il mondo potrebbe non esistere più!»

Continuate a studiare musica, per esempio la teoria?

«Siamo tutti autodidatti, io sono l’unica ad aver studiato un po’ da bambina, ma per il genere che facciamo non serve la teoria, ma tanta, tanta pratica. Il nostro batterista è quello che si esercita di più. Alberto studia più che altro i suoni, dato che oltre ad essere un musicista, è anche il fonico dei nostri dischi. Però anche lui solo nella pratica, registrando qualsiasi cosa e sperimentando ogni giorno con microfoni ed effetti».

Si può in Italia vivere di musica?

«Se facessimo dischi ogni due anni probabilmente riusciremmo a vivere abbastanza bene, in ogni caso con il nostro genere musicale in Italia è un po’ difficile arrivare in alto. Noi viviamo perlopiù con i concerti, quindi quando non suoniamo dal vivo non guadagniamo. Altri generi musicali riescono a campare anche solo di vendite. Non i Verdena».

Quanti concerti pensate di fare nel prossimo tour? Andrete di nuovo all’estero?

«Un nostro tour va dalle 60 alle 90 date in un anno. Ma il numero esatto dipenderà solo dall’affluenza del pubblico. L’obiettivo è andare ancora all’estero, e non solo in Europa».

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Paolo Bianchi

Paolo Bianchi

Paolo Bianchi è nato a Biella nel 1964. Ha pubblicato "Avere trent'anni e vivere con la mamma" (Bietti, 1997), "Uomini addosso" (ES, 1999), "Il mio principe azzurro" (ES, 2001, con Igor Sibaldi), "La repubblica delle marchette" (Stampa alternativa 2004, con Sabrina Giannini), "La cura dei sogni" (Salani, 2006), "Per sempre vostro" (Salani, 2009), "Inchiostro antipatico. Manuale di dissuasione dalla scrittura creativa (Bietti, 2012). Ha scritto per riviste e quotidiani, fra questi ultimi "Il Foglio". "Il Giornale" e, dal marzo 2010, "Libero". Lavora anche come traduttore letterario.

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