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Quali i migliori investimenti? "Vita, libertà, ricerca della felicità"

Wall Street vola, la paura è quella di una nuova bolla. E così, per i consulenti finanziari, il migliore guru da seguire è Thomas Jefferson e ciò che scrisse nella dichiarazione d'Indipendenza

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Thomas Jefferson

Thomas Jefferson

La borsa americana è a un soffio dai suoi massimi storici, al punto da far tornare addirittura la paura che si stia formando una nuova Bolla. Ma in realtà, sul piano della economia reale, i tempi sono ancora di massima incertezza ovunque, dall’ Europa all’America, con la disoccupazione che resta altissima e i bilanci pubblici sempre più in rosso. Per i consulenti finanziari che devono indicare al pubblico la strada migliore per investire, tra timori di collassi statali e rischi di incappare in correzioni dei listini che hanno corso tanto negli ultimi tempi, un curioso ma intrigante consiglio è apparso sul Wall Street Journal oggi, firmato da Romain Hatchhuel, che è partner e direttore della Square Advisors, società newyorkese di gestione di patrimoni. Secondo lui, il vero “guru” da seguire è Thomas Jefferson, e il “report strategico finanziario” più affidabile è ciò che ha scritto nella Dichiarazione d’Indipendenza nel 1776, proclamando “la vita, la libertà e la ricerca della felicità” come i più sacri diritti naturali. E questi cardini, trasformati in “settori d’investimento”, si sono rivelati in passato, e continuano ad esserlo ai giorni nostri, ottime guide che premiano con rimarchevole costanza gli investitori fedeli.   

Dire “vita” significa dire ciò che è essenziale per l’esistenza stessa dell’uomo: il cibo, la casa e altre necessità indispensabili. La casa, s’è visto, è capace di formidabili e squilibrati boom, e quando anche scoppiano i prezzi perché sono saliti troppo, la ripresa, nel tempo, è una certezza. Lo si è visto a livello globale, pure in presenza di economie che marciano ancora con difficoltà, nei prezzi di Londra (City of Westminster), che dopo essere calati del 15% dal 2008, sono ora più alti del 26% rispetto a prima della crisi. Simili tendenze, anche se non così spettacolari, come nota Hatchuel, si sono verificate a Parigi e New York e in altre metropoli. Per il cibo e i beni di consumo, uno sguardo all’indice S&P delle 500 maggiori società americane è illuminante: negli ultimi cinque anni chiusi a fine dicembre 2012, mentre l’indice generale è cresciuto dell’8,59%, i 4 sotto-indici delle industrie che preparano i cibi, delle società che producono beni per la famiglia, delle grandi catene di distribuzione alimentare, e delle aziende dei prodotti per il miglioramento delle case, sono cresciuti, rispettivamente, del 55,25%, del 18,32%, del 64,15% e del 128,05%. Le materie prime del cibo, secondo il fondo Monetario Internazionale, hanno avuto prezzi in salita del 22%. Con le previsioni dell’Onu di una crescita della popolazione del 30% di qui al 2050, cibo e generi per la casa non possono temere di non avere domanda. 

La libertà è un altro buon punto di riferimento. Infatti, anche se il Venezuela e il Libano hanno lo stesso rating delle agenzie del credito, il Venezuela di Chavez deve pagare il 9% di interesse per collocare i suoi bond a 5 anni, e il Libano, che pure non è la Svizzera ma resta un paese democratico, paga i suoi finanziatori solo il 4,8%. 

Infine, veniamo alla “felicità”. Se pensiamo a quella, prosaica e umanissima, delle bevande leggere, dei film e degli spettacoli, e dei ristoranti, ancora il confronto con la S&P dà la misura di quanto siano apprezzati questi 3 comparti: rispetto all’indice generale hanno dato in 5 anni il 24,26%, il 49,97% e il 94,26% rispettivamente. 

Il mondo può anche essere in crisi, travagliato e pericoloso, ma con la preveggente “bussola” di Jefferson, e con la necessaria pazienza, si possono sempre fare discreti guadagni.

di Glauco Maggi

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