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Complimenti per la trasmissione

Se, a Torto o a ragione, il talk usa la macchina della verità

La nuova tecnica d'intervista di Leofreddi

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
marco baldini


Fosse per me darei fuoco alla corte. Mai sopportato i court show, i “programmi giuridici non istituzionali”. Da ex frequentatore della procedura civile, ho sempre ritenuto che la finzione borgesiana -da Borges- delle cause celebrate in uno studio tv fosse una boiata pazzesca, a meno che non si parli di Perry Mason o di Suits. Sicchè, Torto o ragione (come prima Verdetto finale o Forum), programma assai taroccato senza dichiarare d’esserlo, tendo a schivarlo.
Se non fosse che quest’edizione viene anticipata da un’intervista one-to-one che la brava Monica Leofreddi consuma con un vip, attraverso l’ausilio de La macchina della verità (Raiuno dal lunedì, ore 14.10). L’espediente narrativo del “poligrafo usato dalla Cia attendibile al 99%”, una sorta di gioco della bottiglia ipertecnologico, qui al posto di Dolci dopo il tg non è, diciamo, freschissimo: l’usò perfino il Grande Fratello, o la Balivo in un dimenticabile antecedente -Dimmi la verità-, e questo non deponeva. Come non prometteva il primo ospite inguainato nel reticolato della macchina, Marco Baldini chiamato ad evocare, ancora una volta, lo spettro del gioco d’azzardo che gli ha reso la vita un’anticamera infernale. Ora, siccome, delle disgrazie di Baldini si sa praticamente tutto, un botta- e –risposta, a cominciare dalla banalissima domanda d’esordio “cos’è per te il gioco?”, avrebbe potuto insufflare una potente narcosi.
Invece, domanda dopo domanda, a forza di affaticati sorrisi, Leofreddi ha estratto dalle macerie un Baldini non inedito ma umano. La rottura del rapporto con la moglie come faglia dell’anima, la mancata paternità (“Mi piacciono i bimbi, avrei voluto fare il maestro”), il tentato suicidio smorzato dal caso (“Mi ha salvato un barbone che voleva rapinarmi”) , i debiti con Fiorello, con gli strozzini e con sé stesso: tutto, alla presenza dell’amico ritrovato Tommy, è risultato per nulla posticcio. Baldini è un vecchio marpione, dotato del self control del giocatore. Mi gioco una mano che ha giocato a fregare il poligrafo. Che l’ha beccato mentre mentiva sulla domanda più importante: ti senti in grado di ricostruire la tua vita? C’era una drammaturgia in quell’assenso volutamente falso. Non so come saranno le prossime interviste basate sui balzi del cuore, sulla sudorazione e sul ritmo dell’inganno. Questa è meglio del programma…

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