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Complimenti per la trasmissione

Pietro Mennea, una corsa sul filo dell'onore

La (bella) fiction di Raiuno sul velocista

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Mennea/Riondino

Ho passato tutta la vita a lottare contro il tempo, solo per accorgermi che il tempo, forse, non esiste...».
Così, con un pensiero lampo, col velocista ingobbito sui blocchi della finale dei 200 metri di Mosca 80, pettorale 433, inizia Pietro Mennea- La freccia del sud (Raiuno lunedì, prime time) in attesa che -dopo aver stracciato l’orso britannico Wells- Mennea stesso puntasse il dito al cielo come un mitragliatore leggero. Premetto che Mennea è il mio mito. Il modello assoluto, sportivo e morale, di una generazione, come la mia, priva di senso dell’epica. Vederne anche solo il simulacro - interpretato dall’ottimo Michele Riondino- volare sul tartan mi scuote della stessa emozione di quando Pietro studente di scienze politiche che, secco come un’acciuga, s’ingoiò il tartan di Città del Messico, nel ’79, controllando il rettilineo a 36 chilometri all’ora; e vi sputò il record del mondo, 19.72’. Vabbè, la fiction, dicevo. Ovviamente è molto romanzata. Non è vero, per dire, che Mannea battè subito il compagno Pallamolla in pista; non è vero che non prendeva soldi dagli sprint vincenti con le Lancia Fulvia sul sagrato della chiesa di Barletta; non risulta che Vittori lo costrinse a farsi Capodanno e Natale al centro sportivo di Forma (fu Mennea a volerlo); non è vero che veniva abbordato dalle gnocche bionde in pista tra conati di rabbia e acido lattico; o che conobbe in modo hippie la moglie Manuela all’occupazione della Sapienza, o che la chiamò subito dopo la vittoria di Nizza.
Al netto del romanzesco, La freccia del sud che nel maneggiare il mito del più grande campione italiano di sempre rischiava assai, non delude. Poca retorica (a Pietro l’incazzoso faceva venire l’orticaria). Bravi attori, compreso quello che saltella nelle scarpe e sui dittonghi di Borzo; e su tutti s’erge Barbareschi/l’allenatore Vittori (evoca una frase, splendida e durissima del rapporto con l’allievo: «Io, i miei figli, lo bacio quando dormono»). Regia imprevedibilmente creativa di Ricky Tognazzi tra inquadrature a piombo e ralenty sull’espressione sgraziata del campione in corsa. Sceneggiatori, sommessamente, in stato di grazia specie nei silenzi agri di Pietro, nell’esperienza terribile dei terroristi a Monaco nel ’72 e nella commovente scena in auto col padre sarto. Una fiction intessuta nel senso dell’onore e del sacrificio. Il pubblico ha apprezzato: 5 milioni 300 mila spettatori e il 20.32%...

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Commenti all'articolo

  • Karl Oscar

    31 Marzo 2015 - 20:08

    Un grandissimo atleta,un grande uomo,un esempio da proporre alla gioventù e a certi calciatori capricciosi e milionari

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