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Calciopoli è una piovra

Luciano Moggi

Luciano Moggi

Luciano Moggi nasce il 10 luglio 1937 a Monticiano, in provincia di Siena. Manager e dirigente sportivo del mondo del calcio, è noto al grande pubblico per aver ricoperto dal 1994 al 2006 la carica di Direttore Generale della Juventus. Attualmente è collaboratore del quotidiano Libero
Calciopoli è una piovra

“Se si fosse trattato di un omicidio, qui ci sarebbe stata la premeditazione”, con questa affermazione che dir eclatante è dir poco, un vero coup de théâtre, il pm Remondino ha cercato di mascherare quella verità che invece rivelano le parole pronunciate da Luciano Moggi in quell’ormai famoso ‘Notti Magiche’ del 23 ottobre 2010. Un Remondino che ha trasformato la sua requisitoria in una glorificazione di Giacinto Facchetti, esaltandone ripetutamente la limpidezza con la citazione di frasi tratte dal libro di Luigi Garlando, ‘Il romanzo dell’Inter’, ché in RCS e soprattutto in Gazzetta, nascono interisti (e non per niente subito, su Twitter, il gazzettaro Vernazza si è lanciato in spericolati tweet in difesa di chi, da defunto, è ormai diventato santo; ma, si sa, noi siamo ‘la sbirraglia di Moggi’) e la Gazzetta e tutte le sue truppe cammellate hanno partecipato attivamente alla costruzione del Grande Imbroglio (qualcuno, come Galdi, addirittura collaborando, ricambiato, con gli inquirenti).

Addirittura, per Remondino, la reputazione di Facchetti sarebbe paragonabile a quella di Dino Zoff: per carità, nessuno disconosce l’importante carriera calcistica del bergamasco ma, per il resto, il grande Dino non potrà che rabbrividire nel vedere il proprio estremo rigore morale (quello che in definitiva ha allontanato lui, refrattario a qualsiasi compromesso, dal mondo del calcio) paragonato a quello di un dirigente che non solo ha tenuto comportamenti che sul piano sportivo la relazione Palazzi, e non noi, ha bollato come illeciti, ma addirittura ha seguito l’iter operativo dell’operazione di intelligence (leggasi: spionaggio) commissionata da Moratti e poi gestita da Tavaroli; ne hanno dato evidenza sia lo stesso Tavaroli al processo Telecom che l’Inter medesima la quale, per lavarsi le mani nella causa di risarcimento intentata da De Santis (spiato nelle pieghe più intime della sua vita privata), ha prodotto un documento col quale scarica ogni eventuale responsabilità proprio su Facchetti; fatto, questo dello spionaggio, ben più grave di quello dei contatti anche impuri con arbitri e designatori. E’ da ricordare che lo stesso De Santis venne anch’egli, a suo tempo, querelato da Gianfelice Facchetti per aver riferito di aver ricevuto più telefonate da parte del padre Giacinto, dovette rimangiarsi quella che sapeva essere invece la verità, una verità che non poteva però essere provata perché la prova ‘era sfuggita'; solo in seguito lo staff di Moggi, capitanato da Nico Penta, avrebbe disseppellito le telefonate sfuggite e la verità, quella che l’ex arbitro aveva sempre gridato, non creduto; perché nel Grande Imbroglio la credibilità è sempre stata a senso unico, come le indagini.

Peregrino appare poi attaccarsi ad una presunta tecnica diffamatoria messa in atto da Luciano Moggi per ‘mettere nel calderone’ anche l’Inter all’insegna del ‘così fan tutti': anzitutto il presunto offeso si può sentire diffamato solo se i fatti riportati sono falsi; ma, per ognuna delle affermazioni contestate, la difesa di Moggi ha potuto portare congrue testimonianze, da Bertini a De Santis, a Pairetto, a Mazzei, allo stesso Moratti e, soprattutto, alla relazione Palazzi che, andando giù in modo certo più pesante, come ha ben fatto rilevare l’avvocato Prioreschi) recepisce quanto emerso a Napoli e fu invece trascurato sia dalla giustizia domestica che dalle informative di Auricchio, trascinate poi avanti dalla giustizia ordinaria. Inoltre in realtà Moggi non ha mai pensato di ‘discolparsi’ all’insegna del così fan tutti: semplicemente ha evidenziato che quelli che gli venivano attribuiti come comportamenti esclusivi, come l’intrattenere rapporti con i designatori, e che avevano portato l’accusa a farne il promotore di un’associazione a delinquere, erano in realtà comportamenti leciti e comuni; con buona pace del pm Narducci che si era lanciato in quell’avventata esclamazione: “Non ci sono telefonate del sig. Moratti.. .ecc ecc”: telefonate che invece c’erano, ed erano state ascoltate e considerate rilevanti (fanno fede i baffi rossi e gialli), ma non inserite nelle informative perché, stando a quanto detto dai carabinieri di via In Selci all’assistente Coppola, l’Inter non interessava. E che invece l’Inter c’entrasse in tutto ciò lo disse già mesi fa e lo ha ribadito alcuni giorni or sono lo stesso ex Procuratore Capo di Napoli, Giandomenico Lepore, non certo un difensore di Moggi, affermando che, se non vi fosse stata la fuga di notizie che aveva portato alla diffusione delle intercettazioni nel Libro Nero (nel quale pure, guarda caso, era ‘sfuggito’ non qualcosa, ma quasi tutto, visto che di tutte le intercettazioni a base Inter non vi era traccia), le indagini stavano arrivando all’Inter.

In realtà bisogna dire che, ancora una volta, non sono stati i fatti ad occupare la scena, ma le opinioni e i giudizi sulla persona, quel mostro Moggi creato dai media e che qui viene accusato di aver proferito quelle affermazioni ‘con tono di sufficienza e provocatorio’, esattamente come le motivazioni di secondo grado, anziché ‘ragionare sui reati’, ne avevano bollato la ‘spregiudicatezza non comune': e quando ci si allontana dai fatti per rifugiarsi nelle opinioni, nelle impressioni e nelle sensazioni si torna fatalmente in quell’atmosfera da Grande Imbroglio che ha caratterizzato tutta la vicenda di Farsopoli: un’atmosfera che adesso, a distanza di nove anni, emerge chiaramente, ad esempio, quando si sentono gli arbitri coinvolti, passati per un calvario umano e professionale durato nove anni e infine assolti, raccontare la loro paradossale, kafkiana storia.

Del resto a trascinare concretamente Giacinto Facchetti in Calciopoli sono stati, nell’aula 210 del Tribunale di Napoli, i testimoni dell’accusa, segnatamente lo stesso Gianfelice Facchetti, che ha fatto irrompere nel Processo la figura del padre con quegli appunti (che vennero pomposamente definiti memoriale) in cui l’ex presidente nerazzurro sognava di fare dell’Inter un treno per trainare le altre squadre al fine di ridimensionare lo strapotere di Juve e Milan (una controcupola, in fondo), ma anche Fabio Monti, giornalista del CorSera e notoriamente tifoso interista, corso a riferire che “c’era la convinzione da parte di Facchetti che ci fosse, sostanzialmente, una convinzione a cui mancava una prova provata, però una convinzione che vi fosse un sistema che non garantiva la regolarità del campionato”. E lo stesso Facchetti avrebbe potuto dare di persona il suo contributo se, purtroppo per lui, la morte non lo avesse ghermito prematuramente e, come ebbe a dire la dott.ssa Casoria, l’ordinamento non ammette le sedute spiritiche.

In ogni caso, come è stata la costante della Grande Farsa, dall’inizio alla fine, prove e fatti zero sottozero.

Infine, quanto al fatto che quella di Luciano Moggi sia stata una strategia, anche mediatica, per coinvolgere altro, e segnatamente Giacinto Facchetti, nel calderone di Calciopoli, come asserito dal pm Remondino, gioca far notare che in ogni occasione, anche in questa, Luciano Moggi non ha fatto altro che difendere l’onorabilità sua, e quella della Juventus, dalla persistenti insinuazioni che l’ambiente nerazzurro e filonerazzurro (o più semplicemente bianconero) rivolge nei confronti suoi e dell’operato del club (in questo caso si rivolgeva a Javier Zanetti, uno che del ‘Vinciamo senza rubare’ con annessi e connessi ha fatto il suo motto), dopo essere stato lui stesso, Moggi, il bersaglio mediatico per eccellenza, il mostro sbattuto in prima pagina, vittima di inviati travestiti da inquirenti.

Nessuna premeditazione dunque, semmai una meditazione, o addirittura una post-meditazione.

E dunque ha ben ragioni da vendere l’avv. Prioreschi quando chiede per il suo assistito l’assoluzione “perché il fatto non sussiste o non costituisce reato”: infatti, a parte il fatto che per molte più ragioni falangi di ‘giornalisti’ dovrebbero essere crocefissi per quello che dal 2006 hanno rovesciato sulla figura di Moggi e degli arbitri coinvolti senza accenni di retromarcia o di attenzione alla verità (lo ha ben evidenziato Tuttosport: “Un giorno di primavera di nove anni fa, Paolo Bertini trovò la sua casa assediata da telecamere e giornalisti.

Cercavano il mostro. L’uomo che aveva taroccato Juventus-Milan, il sodale più fedele di Luciano Moggi e della sua cupola per alterare i campionati. La scorsa settimana, il marciapiede era deserto, eppure una notizia c’era: Paolo Bertini era stato assolto dalla Cassazione che aveva annullato le sentenze di condanna nei suoi confronti”), la diffamazione non sussiste perché, in risposta alle annose provocazioni e illazioni, ha risposto elencando fatti concreti emersi in un Tribunale della Repubblica, offrendone puntuale prova testimoniale. E nemmeno dunque può costituire reato, perché la Costituzione con l’art. 21 garantisce a tutti i cittadini la libera espressione del proprio pensiero, pur nel rispetto, ovviamente, della verità effettuale (la grande ignorata di Farsopoli, peraltro). Moggi non ha fatto altro che accennare uno spaccato di cronaca di alcune vicende di Calciopoli, come si fa, con molta meno, o zero, documentazione a supporto, nei suoi confronti (per esempio quando tutti dicono di sapere cosa dicesse Moggi quando conversava con le schede estere). Senza esprimere peraltro alcun giudizio di merito sulla personalità del defunto.

Niente di più, niente di meno: a meno di non richiedere una modifica ad personam anche della Costituzione.

di Carmen Vanetti

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