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Rand Paul in campo per la Casa Bianca, duello con Ted Cruz: molto più che due "teapartisti"

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Rand Paul

La discesa in campo ufficiale di Rand Paul per la Casa Bianca, dopo quella di Ted Cruz, e’ stata presentata dai media come la sfida tra i due galli del pollaio del Tea Party. C’e’ del vero nella semplificazione, perche’ entrambi erano diventati senatori per la prima volta, Ted in Texas e Rand in Kentucky, nelle elezioni del 2010 sull’onda della rivolta popolare anti Obama. Il superstimolo , Obamacare e il “grande governo” avevano provocato una reazione contro Washington che aveva dato vita a un movimento nazionale di conservatori “basisti”, radicali, gelosi custodi della Costituzione, che si e’ trasformata di fatto nell’ala destra del GOP e ha portato in Congresso una nuova generazione di repubblicani di cui Paul e Cruz sono i campioni.

Ma l’etichetta di semplici “teapartisti”, cinque anni dopo, e’ diventata obsoleta e riduttiva per descrivere la coppia. Allora era servita per catapultarli in Congresso da due stati rossi, fedelmente conservatori, ma adesso che puntano alla presidenza devono fare i conti con l’elettorato piu’ largo, nazionale, davanti al quale si presentano con il bagaglio, ingombrante, del loro primo quinquennio di attivita’. Cruz ha il marchio dell’ostruzionista, che causo’ la serrata del governo quando parlo’ per un giorno intero in Senato contro l’entrata in vigore di Obamacare, fallendo l’obiettivo ed anzi infliggendo al GOP una caduta di immagine e di rating nei sondaggi. Solo le debordanti malefatte successive di Barack e gli scandali della sua amministrazione hanno permesso la risalita dei repubblicani, fino alla conquista del Senato nel novembre scorso. Ma la performance oratoria politicamente suicida di Cruz pesa sul suo curriculum, e cio’ spiega perche’, quando ha annunciato la sua candidatura, ha puntato sul tasto religioso proponendosi come il paladino dei cattolici e dei cristiani evangelici, una strategia che lo mettera’ piu’ in rotta di collisione con Mike Huckabee o Rick Santorum che non con Paul.

Rand Paul, dal canto suo, ha un qualcosa di molto piu’ sostanziale da far dimenticare che non un discorso ostruzionista: il suo “non interventismo” in politica estera. Rand e’ il figlio di Ron Paul, il deputato libertario in pensione che nelle precedenti corse presidenziali aveva fatto la parte del testimonial senza speranza di un’ideologia di isolazionismo puro, contro tutte le guerre. Fotocopia del padre nelle sue convinzioni, Rand non vorrebbe pero’ bissare i suoi fiaschi alle urne, e sta quindi cercando di apparire piu’ “eleggibile“ per un pubblico piu’ ampio della sola platea del suo partito. Vuole i giovani, per esempio, e ha aperto la porta a un certo permissivismo sulle droghe. Ha detto di se’ che vuole “essere un tipo diverso di repubblicano”, e in effetti nel suo discorso ha attaccato di piu’ i compagni di partito che non Obama stesso.

Il messaggio libertario, pero’, non lo puo’ offrire nella sua piena ortodossia, perche’ i libertari sono l’11-12% degli iscritti al GOP, e non lo portebbero lontano neppure nelle primarie, per non parlare della sfida nazionale. Ma Paul ha un compito arduo nel “correggere” le posizioni che aveva preso qualche anno fa in politica estera: nel 2004 attacco’ “l’illimitato coinvolgimento nelle guerre all’estero”, in piena offensiva vincente di Bush in Iraq; poi insinuo’ che il dittatore siriano al Assad era stato “ingannato” a proposito dell’uso delle armi chimiche e si oppose alla fornitura di armi ai ribelli anti Assad, creando una situazione che di fatto favori’ l’ISIS; infine difese Putin che iniziava l’occupazione in Ukraina. Non meno importanti agli occhi di una opinione pubblica sempre piu’ preoccupata dai rischi del terrorismo islamico all’estero e in patria e’ la linea di Paul, che e’ alla sinistra dello stesso Obama, sui programmi della NSA di monitoraggio di telefonate e email sospette. Questi strappi dalle credenze dei conservatori sono stati apprezzati dai liberal, tanto che l’estate scorsa la rivista liberal Time Magazine gli ha dedicato la copertina: “Rand Paul: il piu’ interessante uomo in politica”.

L’articolo, un lancio in piena regola sulla scena nazionale, era firmato da Michael Scherer, gia’ giornalista di Salon.com e di Mother Johnes, due pubblicazioni di estrema sinistra. Se gli avversari nei media ti adulano, dice la legge della politica, e’ perche’ stai facendo il loro gioco. Adesso Paul fa le capriole e, per esempio sul finanziamento delle Forze Armate, e’ passato dall’essere l’inflessibile tagliatore del bilancio del Pentagono alla proposta di incrementarlo di 190 miliardi. Bonta’ sua, e’ ora anche favorevole a fare la guerra all’ISIS: sara’ perche’ per una larga maggioranza di elettori la politica estera e della sicurezza e’ in cima ai loro pensieri. Questi “aggiustamenti” sono ben lungi dal fare di Paul un contendente all’interno del filone classico del GOP, e se avra’ piu’ della fetta minoritaria che gli spetta come libertario, sia pure mascherato, significa che il partito repubblicano sta cambiano la sua natura. In peggio.

di Glauco Maggi

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Commenti all'articolo

  • alkhuwarizmi

    10 Aprile 2015 - 12:12

    Se il partito Repubblicano non riesce a cogliere un successo dopo tutti i disastri di Barack Hussein, soprattutto per una sostanziale mancanza di uomini e donne autorevoli in grado di definire una linea politica credibile, gli USA saranno sempre più destinati ad un'inarrestabile decadenza, scavalcati dal colosso cinese (che travolgerà i Giappone) ed esposti all'aggressività dei Paesi emergenti

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