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Complimenti per la trasmissione

Ma a Sky Italia's Got Talent serve davvero?

I dubbi sul talent Sky

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Ma a Sky Italia's Got Talent serve davvero?

E' finito da poche settimane, eppure sono lì che continuo a rimuginarci (in attesa della prossima serie).

Anche se in pochi ne avevano notato l’apertura, Italia's got talent si è dunque chiuso (Sky Uno Hd, venerdi prime time e Cielo) nell’aura gloriosa dei due Simoni: Simon Cowell, il demiurgo del format e l’incarnazione musicale di John De Mol, e Simone Al Ani, una sorta di aspirante Davide Copperfield direttamente estratto dai vicoli lacustri di Sirmione.
Al Ani, 27 anni, sorriso e crapa luccicante, tutto di nerovestito, illusionista specializzato nelle “manipolazione dinamica” qualsiasi cosa significhi, ha vinto il suo assegnone da 100mila euro con la possibilità di esibirsi a Las Vegas; Cowell, creatore dei Got Talent e di tutti gli X Factor del mondo, nonché l’uomo che ha lanciato gli One Direction, ha supportato nell’elezione del vincitore un’inamidata Vanessa Incontrada che accendeva sorrisi mentre i giudici sul palco s’inginocchiavano in una scena un tantinello imbarazzante. Ora, dal punto di visto dell’ascolto , il programma si porta dietro un soddisfacente 6,66% di share, con 1,7 milioni di spettatori. E dal punto di vista del packaging, dell’impianto formale, con quella fragranza d’internazionalità che non aveva volutamente presenza nella versione Mediaset, è assai più che soddisfacente. Il problema è il resto. Di quest’Italia’s Got Talent,a parte qualche lo scambio di baci tra concorrenti e giurati e qualche esprit giornalistico sui giurati (il nude video di Nina Zilli), si ricorda ben poco. A differenza del sublime squadrone di X Factor , il quartetto Zilli-Matano-Littizzetto-Bisio non si è distinto per una linea “editoriale” (il collega Bocca sull’Espresso si chiede che cosa fosse quest’ accrocchio di talenti: “fucina di giudizi tecnico-professionali? Piattaforma per battute e sarcasmi? Artificio emotivo per enfatizzare le prove dei concorrenti?”). La Littizzetto spesso pare come passata di lì per caso.

E sul talento dei singoli concorrenti è sceso, sin da subito, l’oblio. Accadeva anche con la versione Mediaset della trasmissione -che comunque non mi accendeva d’entusiasmo- ; ma in quel caso la cifra naif era voluta e caldeggiata come evoluzione genetica della Corrida. La domanda, in sostanza, è: Sky, nel tripudio dei suoi grandi talent, ha davvero bisogno di questa montagna che partorisce l’elefante (circa 1,3 milioni a serata e il cachet di Bisio supera i 200mila euro)…?

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