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Complimenti per la trasmissione

Quell'Ulisse calabro sulla strada di The Voice

Fabio Curto, il nuovo vincitore del talent

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Quell'Ulisse calabro sulla strada di The Voice

Lo chiamano l’ “Ulisse di Acri” per la tendenza omerica a girare il mondo, specie l’Europa dell’est, tra Ungheria, Serbia e Romania, armato di violino, chitarra e incoscienza artistica. Ma somiglia di più al Leonida spartano di "300", con quella barba squadrata che gli ha permesso di vincere a The Voice (Raidue, mercoledi prime time).
Comunque sia Fabio Curto, 27enne calabro, artista di strada laureato in scienze politiche, voce da bluesman irlandese (la sua interpretazione di Take me to church di Hozier costrinse i giudici a voltarsi simultaneamente alla blind audition) ha consegnato sé stesso alla storia di The Voice all’archivio dei talenti discografici da far sbocciare. The Voice, rispetto ad X Factor, è davvero la ruvida Sparta dei talent show. Pochi orpelli, balletti ridotti all’osso come la parte “narrata”, i meno idonei buttati dalla rupe Tarpea dell’ascolto, giudici bravissimi senza un’oncia di supponenza tranne Noemi bravissima ma con una supponenza polifonica.

La finale si è sparsa tra sorrisi, voci d'inaudito eclettismo e duetti coach/concorrente con interpretazioni da epos classico soprattutto L’Isola che non c’è di Bennato riadattata da JAx (“Hai questi acuti che avranno fatto spiaggiare delfini all’idroscalo”, dice JAx) e Carola Campagna. Quasi letterario il gioco generazionale tra i due Facchinetti. Lo share è buono 13,2% ma inferiore alle aspettative; l'anno scorso Suor Cristina -oggi finta nell'oblio- fece il 24%. Di chi è la colpa? Della concorrenza, della routine,  e della saturazione del genere. Ma un genere che produce talenti e diverte, merita comunque il massimo rispetto, che sia Sparta o Atene…

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