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Complimenti per la trasmissione

Shark Tank, quella vasca per squali in cui galleggiano i talenti

Il talent delle start up di Italiauno

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Shark Tank, quella vasca per squali in cui galleggiano i talenti

Chissà se gli inventori del “mais Corvino di Cremona” concorrenti della prima puntata di Shark Tank (Italiauno, giovedì, prime time) conoscevano Nazareno Strampelli agronomo del Duce candidato al Nobel, che negli anni 30 si gingillava con le stesse alchimie del frumento senza avere la minima idea di cosa fosse una start up.

Questo mi chiedevo, osservando il nuovo talent Mediaset sui “cacciatori d’idee” , l’ultima frontiera dell’innovazione italica mutuata direttamente dal format giapponese Dragon’s Den Uk. Mi chiedevo di Strampelli perché in tv davvero non s’inventa nulla. Shark Tank –la “vasca degli squali” da cui chiunque può estrarre il proprio contratto di lavoro prima che anneghi nel mare dei talenti perduti- è, indubitabilmente, un buon progetto. Ci sono cinque imprenditori famosi/venture capitalist, Gianluca Dettori, Mariarita Costanza, Gianpietro Vigorelli, Luciano Bonetti e Fabio Cannavale; i quali dopo aver ascoltato un pitch devono lasciarsi convincere da un pugno di aspiranti imprenditori a finanziare il loro business plan. Che, detto così sembra The Apprentice; solo che qui –non so perché- mi trasuda un maggior grado di credibilità.
Ogni imprenditore può investire da solo o in tandem con altri: tocca poi ai concorrenti accettare o no l’offerta. Se si trova un accordo, si firma davanti alle telecamere, e si inizia a lavorare.. Nella puntata sul food è stata investita la cifra di oltre 1,7 milioni euro su 6 nuovi progetti imprenditoriali; sono state annaffiate di euro le idee più valide dal Polentone sulla polenta take away all’IPPS sensore di parcheggio portatile fino al Mais Corvino, appunto. Nella seconda puntata si è parlato di Orange Fiber, l’invenzione pazzesca di due siciliane che traggono tessuti dalla polpa degli agrumi. Shark Tank è un’intuizione non nuova (la prima del genere fu La grande occasione della Rai firmata nel 2001 da Enza Sampò) che scorre a intermittenza; lascia poco al racconto, soprattutto dei giudici; tranne gli addetti ai lavori, pochi conoscono vita e opere del creatore di Volagratis o del manager di Foppapedretti. I concorrenti hanno storie di riscatto da ex poveri o di geni incompresi. Ma il grado di spettacolarità è bassino. Ciò detto, ha fatto un discreto share del 6, 39%; punta con i giovanissimi, 17,3%. Significa che i ragazzi lo percepiscono come un accesso al futuro, praticamente servizio pubblico. Roba inedita per Mediaset (ps l’unico programma tv specializzato in start up è Economy Up di Giovanni Iozzia su Reteconomy Sky 512; consiglierei di dargli un occhio…).

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