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Ma a che serve aprire il Gazebo in prima serata?

La trasmissione -cult cambia orario

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Ma a che serve aprire il Gazebo in prima serata?

Trattasi, davvero, di elogio vaporoso della follia. Il Gazebo (venerdì prime time) di Zoro sta alla Raitre odierna e alla grammatica satirica della tv come la banda di Arbore stava alla Raidue anni ’80 e quella di Avanzi alla Raitre di Guglielmi. Gazebo è l’untore di una genialità trasversale.

Gazebo - a cui sono affezionato essendo il programma l’evoluzione genetica dei siparietti che Zoro in arte Diego Bianchi scodellava al Premio Ilaria Alpi- era il faro. Illuminava le notti senza stelle dei palinsesti con reportage alla Jon Stewart; massacrava la sinistra da sinistra (per non dire della destra e del centro...); e scopriva talenti come il vignettista Makkox, il tassista barbuto venuto dall’impossibile Mirko-Missouri 4, i colleghi Antonio Sofi e Marco Damilano presidi di lucidità politica e televisiva. Insomma era il vero fiore all’occhiello di Andrea Vianello. Il quale -essendo un amico- mi scuserà la domanda a bruciapelo, da fan imbizzarrito: perchè? Perchè estrarre il programma dalla sua nicchia notturna avvolta nello Zeitgeist dei social e immolarlo sull’altare delle prima serata, e farne un miserello 2.52% di share con 580 mila telespettatori (prima superava il 5%)? Valeva la pena?
«È più facile che Gazebo cambi la prima serata, che la prima serata cambi Gazebo» scriveva Makkox. Be’ non è successo. Non contesto i contenuti del programma depurato un po’ dal rombo delle parolaccia e reso più accessibile alle masse. Le inchieste con telecamenrina di Zoro a Chios negl’inesistenti centri d’accoglienza per siriani (benestanti) sono di rara efficacia. Una buona trovata l’Antonio Albanese dall’analista perchè diventatao renziano con tic e gesti renziani compreso l’acquisto di un panino con la mortadella da Eataly a 34 euro. Ironici gl’interventi dei due inviati finiti nei cortei No Expo come Gassman e Villaggio nel film Che c’entriamo noi con la rivoluzione? Per non dire dell’ossessione twittarola, da sempre il must di Zoro.
Eppure, il fioretto di tutta questa creatività è finito nella guaina sbagliata. La prima serata è una brutta bestia. Capisco l’esigenza di “far cassa” sugli ascolti, ma non afferro la strategia di volerla fare su un immaginifico prodotto di nicchia. Poi c’è un altro aspetto: Gazebo è romanocentrico. Fuori c’è anche il resto d’Italia. E il resto d’Italia, in prima serata, si nota e alza la testa. Speriamo nelle prossime puntate...

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