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Non guerre

Le responsabilità di Obama
per i morti in Siria

Non ci sono i neocon al comando, e si vede. Quando la Clinton e Petraeus gli chiesero di passare armi ai ribelli rifiutò. Come Kennedy con la Baia dei Porci

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Barack Obama

Barack Obama

di Glauco Maggi

Non ci sono più i neoconservatori al comando, e si vede. In America si sono scoperti gli altarini durante l’audizione del ministro della Difesa Panetta e del capo dello staff congiunto delle forze armate, generale Martin Dempsey, e si è saputo che alcuni mesi dopo che era iniziata la guerra civile in Siria, nel marzo del 2011, il Dipartimento di Stato di Hillary Clinton, la Cia di David Petraeus e il Pentagono, d’accordo, avevano consigliato la Casa Bianca di passare armi ai ribelli che cercavano di rovesciare il presidente Bashar al-Assad, che stava massacrando la popolazione nelle città dove l’opposizione al regime era più forte. 

Ma Obama, che aveva fornito gli aerei alla coalizione che lui “guidava da dietro” per eliminare Gheddafi in Libia, con la motivazione dell’intervento “umanitario”, disse di no. I 30 mila morti siriani del tempo (oggi sono di più) tra civili e militanti anti-Assad non sono bastati per far diventare Damasco un caso “umanitario” per Barack. In Libia il fatto che ci fosse anche il Qatar, con un aereo o due e un manipolo di forze speciali nella coalizione anti Gheddafi, fu sventolato dal governo Usa come una prova di “internazionalismo” contro il dittatore. Verso la Siria, anche se Assad ha fatto attacchi militari con bombardamenti contro la Turchia, paese ugualmente musulmano e per di più membro della Nato, Obama ha tirato il freno, pare con l’argomento che l’effetto di armare i ribelli sarebbe minimo. 

Tanto vale non far nulla. Obama in questo sta ricalcando la storia di J.F. Kennedy quando non mandò gli aerei (che peraltro aveva promesso) ai ribelli anticastristi che furono così sconfitti alla Baia dei Porci. L’inazione, anche se travestita da prudenza, è sempre appeasement, e contro i despoti e i violenti non paga mai. Anche in Europa, dove l’ultimo neocon è stato D’Alema quando da primo ministro affiancò il democratico “neocon” Usa Bill Clinton nell’intervento armato contro la Serbia per difendere il Kosovo, sono tempi di “esitazione”, come fustiga un commento del Wall Street Journal. Hezbollah, gruppo che per gli americani è da tempo nella lista delle organizzazioni terroristiche, è stato dichiarato dal governo della Bulgaria responsabile dell’attentato che ha ucciso cinque turisti israeliani e l’autista bulgaro della corriera su cui viaggiavano. 

Da tempo, Washington preme perché la UE faccia il passo di dichiarare “terrorista” il gruppo, notoriamente sovvenzionato e protetto dai regimi iraniano e siriano. Ma i governi dell’Unione “esitano”, anzi non si muovono per niente. E la motivazione data al New York Times da Sylke Tempel, che dirige la rivista tedesca Internationale Politik, è di irresponsabile contraddittorietà: “C’è una diffusa paura che se noi facciamo troppo rumore su questa vicenda (l’attentato di Hezbollah in Bulgaria, ndr), Hetzbollah potrebbe colpire ancora, e questa volta potrebbero non essere turisti israeliani le vittime”. Cioè gli europei hanno paura a dichiarare “terrorista” Hetzbollah perché hanno paura che Hetzbollah faccia “terrorismo” contro gli europei. E l’autista bulgaro? Se facciamo i bravi e non li facciamo arrabbiare, ragionano così in Europa, non se la prenderanno con noi. 

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