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Guerrigliero

Barack Obama la scelta del Nobel per la Pace: manda altre truppe a combattere in Iraq

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Barack Obama

Barack Obama

L’estate scorsa Obama l’aveva ammesso candidamente: “Non abbiamo ancora una strategia per battere l’ISIS”. Era un’imbarazzante verita’, ma per gli americani, e gli alleati esteri, poteva almeno essere il segnale di una seria presa di coscienza, ossia il ravvedimento autocritico di un comandante in capo che, da quel momento, la “strategia” si sarebbe impegnato a trovarla, e a metterla in pratica. Per esempio, quando George Bush capi’ che la linea di

Donald Rumsfeld in Iraq stava fallendo, sostitui’ il ministro e diede al generale David Petraeus carta bianca, e uomini, per la famosa “surge” che porto’ alla vittoria su Al Qaeda.
Che cosa ha fatto Obama da un anno a questa parte? Ha millantato una coalizione di 60 (boom!) alleati internazionali che nessuno, soprattutto il nemico islamico, ha notato, mentre il mondo intero ha assistito alle conquiste territoriali dell’ISIS, da Mosul a Ramadi in Iraq a un terzo della Siria. E poi alla moltiplicazione del brand in Africa (Libia, Nigeria, Mali, Somalia), in Asia (Yemen, Afghanistan) e negli Usa, con i primi sanguinosi attacchi dei fans locali del Califfo in Texas e a Boston.

In questi giorni, al G7, Obama ha ribadito incredibilmente che “non abbiamo ancora una strategia completa in Iraq, ma ho chiesto le opzioni possibili al Pentagono e quando ci sara’ un piano definitivo lo spieghero’ al popolo americano”.

Un’anticipazione e’ gia’ emersa sui giornali americani oggi (tra gli altri, il Wall Street Journal e il New York Times l’hanno sparata in prima pagina) e riguarda l’invio in Iraq di un ulteriore contingente di 400 militari Usa, che si aggiungono ai 3000 circa gia’ presenti. Hanno tutti compiti di addestramento delle truppe locali, con un rapporto “docenti-discepoli” da scuola privatissima. Finora gli Usa hanno investito 20 miliardi di dollari nella formazione dell’esercito dell’Iraq, e dalle caserme sono usciti circa 8000 reclute: attualmente, a fronte di 3400 istruttori e consiglieri Usa, gli “apprendisti in caserma” sarebbero poco piu’ di 2800, di cui meno di un migliaio curdi e il resto sciiti.

Dopo aver vantato come un successo politico lo sgombero totale di militari Usa (“Io le guerre le finisco”, era stato il suo slogan per vincere nel 2008 e nel 2012), ora Barack riconosce che la situazione e’ sull’orlo del collasso a Bagdad, e a denti stretti deve fare qualcosa che smentisce la sua fede nel disimpegno. Ma e’ una mossa squilibrata persino rispetto all’obiettivo di “contenere e ultimamente degradare l’ISIS”, come aveva proclamato lo stesso Obama quando inizio’ a bombardare le postazione del Califfato in Iraq, e poi anche in Siria.

“Uno si chiede se questo presidente vuole solamente aspettare che passi il prossimo anno e mezzo e sostanzialmente non fare nulla per fermare questo genocidio, quest’orribile bagno di sangue che sta avvenendo nel Medio Oriente”, ha detto il senatore John McCain, presidente della Commissione dei Servizi Armati. McCain, da tempo, ha chiesto a Obama di essere piu’ deciso e aggressivo, e di mandare migliaia di truppe americane, oltre che per consigliare i generali di Bagdad e addestrare i novizi, anche per accompagnare le missioni dell’esercito iraqeno con le squadre speciali. Cio’ darebbe coraggio ai soldati locali, che lo stesso ministro della Difesa Usa Ashton Carter aveva accusato di “non aver la volonta’ di combattere” quando abbandonarono Ramadi senza fronteggiare l’ISIS.

E inoltre, sul piano tattico, consentirebbe agli “osservatori americani” sul campo, anche senza prendere parte in prima linea agli scontri, di raccogliere informazioni di intelligence capaci di rendere piu’ efficaci e micidiali i raid di sostegno dell’aviazione Usa. Insomma, dice McCain e dice la banale logica, per vincere una guerra bisogna volerla fare davvero, e con i migliori mezzi a disposizione. Non e’ quello che ha in mente Barack, il cui obiettivo e’ il “contenimento” del nemico fino quando passera’ la patata al suo successore. Ma il rischio e’ altissimo: anche una sola bandiera nera che arrivasse a sventolare sul tetto di un palazzo simbolico di Bagdad sarebbe una macchia storica indelebile sull’intera sua presidenza.

di Glauco Maggi

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