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Fine corsa

Obama anatra zoppa: lo dicono i dem

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Obama anatra zoppa: lo dicono i dem

Obama e il Gop tenteranno di salvare l’accordo commerciale TPP (con il Giappone e un’altra dozzina di paesi), malgrado lo schiaffo di venerdi’ del Congresso al presidente, quando i Democratici hanno bocciato la legge di salvaguardia dei lavoratori colpiti dagli effetti dei tagli delle tariffe (la cosiddetta TAA, Training Adjustment Assistance, una somma di 450 milioni di dollari per la riqualificazione professionale). Lo speaker della Camera John Boehner, del GOP, sta organizzando un bis del voto entro la settimana prossima, perche’ il tempo stringe. Ma ha gia’ preavvisato il presidente che spettera’ soprattutto a lui far cambiare idea ad un buon numero di deputati DEM, visto che sul merito della misura i repubblicani sono scettici, e pensano che sia una misura di welfare di scarsa efficacia, che era stata concepita soltanto perche’ i sindacati e i liberal l’avevano richiesta tempo fa, e doveva addolcire la digestione del Fast Track (la corsia speciale, o procedura accelerata). Poi, pur di non far procedere l’iter che avrebbe portato al patto commerciale con i partner esteri, le Union e i democratici hanno pero’ fatto il voltafaccia affossando qualcosa a cui erano, e restano, ideologicamente a favore. I repubblicani, invece, hanno fatto passare la seconda parte del pacchetto, la legge per la Procedura Accelerata, con una maggioranza di 219 a 211, grazie anche ad un gruppo di 28 deputati Democratici fedeli a Obama e favorevoli ai patti di free trade.
Questa legge, la piu’ importante sul piano concreto per il successo finale dell’operazione, da’ a Obama il permesso di concordare un testo con i partner esteri e di presentarlo al Congresso per un voto di approvazione o di bocciatura, senza emendamenti. E’ una formula che non e’ stata inventata da Barack o dal GOP oggi, ma che era stata la norma nei precedenti trattati commerciali gestiti ovviamente sempre dalla Casa Bianca. La ‘delega del parlamento e la clausola del prendere o lasciare’ sono necessarie perche’ rassicurano i partner esteri che il testo che loro siglano non sara’ oggetto di mercanteggiamenti ulteriori, dopo le trattative riservate che si stanno svolgendo da molto tempo tra i governi, e in cui tutte le parti interessate hanno gia’ raggiunto gli obiettivi possibili e accettato i compromessi.
La partita e’ insomma ancora aperta, anche se Obama ha dovuto prendere atto che i parlamentari Democratici lo considerano ormai un’anatra zoppa: da un lato sul presidente e’ cominciato l’inesorabile conto alla rovescia, e dall’altro tutti i deputati e i senatori DEM in scadenza sono piu’ preoccupati della propria sopravvivenza in carica alle urne nel novembre 2016 che non del carnet di vittorie politiche che Barack vorrebbe arricchire con il patto commerciale TPP, e magari anche con quello con la Unione Europea, destinati ad entrare nella storia delle relazioni internazionali.
Il voto fallito di venerdi’ scorso ha fatto del Patto di libero commercio un tema che potrebbe dominare l’agenda politica nei prossimi mesi (con l’Iran e l’Isis), fino a irrompere nella prossima campagna elettorale, a partire dalle primarie. Intanto, ha sorprendentemente rimescolato le alleanze nel Palazzo. Obama contro Nancy Pelosi, contro Elizabeth Warren e contro la maggioranza del suo stesso partito. I repubblicani protezionisti, come il senatore Sessions e una trentina di deputati, contro i leader del GOP John Boehner (Camera) e Mitch McConnell (Senato). Bill de Blasio, ostile al patto, clamorosamente contro la Hillary che si era defilata e non aveva preso posizione prima del voto. Per questo contrasto, il sindaco DEM di New York ha snobbato ostentatamente la candidata e non e’ andato ad applaudirla a Roosevelt Island. Sull’isola tra Manhattan e i Queens, sede del Memorial dedicato al presidente del New Deal Franklyn Delano Roosevelt, la Clinton, con Bill e Chelsea, ha lanciato solennemente la sua campagna con la prima manifestazione di massa.
Volano gli stracci, ma e’ la politica USA, bellezza! Da notare, pero’, come l’aperto voto di sfiducia di una maggioranza bipartisan in Congresso contro il presidente, nel sistema americano non abbia scatenato alcuna pressione per la caduta del governo di Washington, ne’ alcuna destabilizzazione istituzionale. La certezza della durata del mandato quadriennale alla Casa Bianca, a differenza del modello istituzionale parlamentaristico italiano, fa della democrazia rappresentativa Usa un impianto solido che si basa sulla separazione dei poteri (Che Obama abbia esagerato nel cercare di imporre i suoi voleri con ordini esecutivi, per esempio sugli immigrati clandestini, e’ un altro discorso, e del resto la magistratura, terzo potere, lo ha fermato). Il sistema garantisce l’assunzione di una responsabilita’ politica piena da parte del presidente, il capo del governo, che trae la sua legittimita’ dal voto popolare e non dai partiti e dai parlamentari. Oltreche’, non secondariamente, dalla limitazione a due mandati quadriennali, che e’ l’assicurazione del ricambio.

di Glauco Maggi 
twitter @glaucomaggi

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Commenti all'articolo

  • afadri

    15 Luglio 2015 - 22:10

    Dopo il primo mandato trascorso nella mediocrità, Obama ha deluso il suo secondo incarico con una politica che fa acqua da tutte le parti. Speriamo termini in fretta questo secondo mandato e soprattutto che il parlamento non approvi la convenzione con l'Iran.

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