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Complimenti per la trasmissione

Coppie in attesa, piccoli eroismi d'un raccconto pop

Il reality "familiare" di Raidue

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
coppie in attesa

Il primo figlio ti dà l’esatta sensazione di quel che diceva Francis Bacon, di «un ostaggio dato alla sorte».

Me le ricordo,  le ansie per il futuro, i controlli ai limiti della nevrosi, la raffica di villocentesi e morfologiche,  quella pancia di mamma che si dilata e pare galleggiare perfino nei pensieri, come il mappamondo di Chaplin nel Grande Dittatore. Il secondo figlio  è più routine. Preghi solo che l’induzione al parto (che non funziona quasi mai) ti faccia stazionare il meno possibile in corsia tra pianti e urla strazianti;  e che il bimbo sia sano;  e  che, soprattutto, prenda il vizio del sonno notturno sennò sono cavoli.  Lo conosco, il prima,  il clima incandescente delle Coppie in attesa. Perciò empatizzo con i protagonisti dell’omonimo reality di Raidue (giovedì, prima time). Certo, alcune delle otto coppie prese in esame qui sono una forzatura.  La sedicenne Lucrezia messa incinta dal diciasettenne pescatore Ugo e mollata nella  discoteca d’una Sicilia verghiana è feuilleton puro. E sembrano uno script cinematografico,  le litigate milanesi fra Carola, bisognosa di coccole e Fabrizio, futuro papà dal  senso pratico devastante edificato su culle e seggiolini ad incastro   («Affronta la realtà: non hai più una stanza per fare i fatti tuoi: quella è la stanza di mia figlia!»).  Ed è una macchietta -non può esistere- una suocera così rompicoglioni come quella di  Ruriko, la ragazza giapponese che, in una maternità romana, rischiava di perdere la bambina avuta da Ugo, mentre le telecamere scivolavano tra le  riprese in sala operatoria, il travaglio sotto anestetico e lo scintillio dei bisturi.  Certo, perfino  la coppia di Trieste che aspetta il suo ottavo erede (dice il babbo falegname: «I bambini hanno sempre visto la loro mamma incinta...») ha un che d’irreale, di caso limite che cerca di limitare la noia di una situazione straordinaria solo per chi la vive al momento.  Coppie in attesa è racconto popolare. È un programma ben fatto, paraculescamente oscillante tra l’angoscia dell’attesa e l’allegro dolore del venire al mondo.  Non scopre nulla, ma fotografa il senso della vita, senza enfasi.

Forse gli manca un maggior scavo psicologico dei personaggi; ma a volte meglio l’ovvietà che un copione scritto dagli autori.  Non sono un sentimentale. Ma, dopo averlo visto, ho rimboccato le coperte ai miei piccoli, godendomi un po’di più,  in silenzio,  quell’infinito istante...

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