Cerca

Diplomazia

Gli Usa, Cuba e le ambasciate: perché è un altro passo falso di Obama

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Gli Usa, Cuba e le ambasciate: perché è un altro passo falso di Obama

La diplomazia “progressista” di Obama celebra oggi un altro passo falso. Il presidente USA ha annunciato che il suo governo e quello cubano si sono accordati per aprire il 20 luglio le due ambasciate nelle rispettive capitali, un atto formale che chiude oltre mezzo secolo di ostilita’ diplomatica tra i due paesi. Con la caduta del comunismo in Russia, l’isola a 90 miglia delle Florida non era piu’ da tempo un diretto pericolo per la sicurezza degli Stati Uniti. Ma se la “crisi dei missili” sovietici voluti da Fidel e forniti di nascosto da Mosca e’ nei libri di storia, le repressioni brutali contro chi non la pensa come i fratelli Castro sono ancora una piaga ben viva contro il popolo cubano. Tutti i governi USA precedenti hanno sempre mantenuto l’embargo e congelato le relazioni con il regime, subordinando ogni misura di apertura al miglioramento dei diritti umani nell’isola. Obama non si preoccupa affatto del dettaglio, e in questo e’ anche peggio del papa, che e’ esplicito nel preferire il comunismo al capitalismo “liberista”, ma almeno ha cercato di ottenere la liberazione di qualche detenuto in cambio della sua visita (poi ne hanno arrestati tanti altri, comunque).
Seppellendo gratis l’ascia di guerra degli USA con i Castro, addirittura, Barack prende due piccioni con una fava: 1) rende omaggio al regime del Monumento Antimperialista Terzomondista Vivente e realizza il suo “sogno anti-antiamericano” di gioventu’, mai rinnegato pubblicamente anche se ha poi evitato di sbandierarlo in eta’ adulta per fare carriera politica tra i DEM; 2) e fa “shopping of legacy” (“acquisto di eredita’ storica”), come l’ha aspramente accusato la deputata della Florida Illeana Ros-Lehtinen: “Aprire un’ambasciata non fara’ nulla per aiutare la gente di Cuba ed e’ soltanto un altro volgare tentativo per il presidente Obama di fare legacy shopping”, ha commentato la repubblicana originaria di Cuba. Persino il senatore Democratico di grado piu’ alto della Commissione Affari Esteri , Ben Cardin del Maryland, ha ammonito il regime comunista di ammettere di essere fuori registro con la comunita’ internazionale sui diritti umani: “Cuba deve finirla con gli arresti e le detenzioni dei dissidenti” e deve riconoscere “che un genuino pluralismo politico e’ cosa dovuta da tempo”, ha chiesto Cardin.
Il senatore Marco Rubio, candidato presidenziale del GOP la cui famiglia e’ emigrata da Cuba, ha fatto di piu’ : ha promesso di opporsi alla conferma di un ambasciatore “a meno che non siano compiuti progressi sostanziali sui diritti umani”. “Stabilire relazioni diplomatiche con il regime dei Castro senza verificabili miglioramenti nella situazione dei diritti umani subita dalla gente cubana non sarebbe coerente con i nostri valori e con il volere del Congresso USA, cosi’ come e’ ratificato da una legge”, ha scritto Rubio al segretario di Stato John Kerry. Il presidente USA ha il potere di aprire una ambasciata, ma spetta al Senato di votare la conferma di un ambasciatore. Ma anche se il senato repubblicano non confermasse l’incarico al diplomatico che sara’ indicato da Obama, il presidente ha la carta di riserva di nominare un “capo missione”, senza titolo formale di ambasciatore, ma in pratica con le stesse funzioni.
Nella sostanza, dunque, la “pratica cubana” andra’ come ha sempre voluto Barack, con la “pace con il nemico” che suona tanto “resa”. Ben piu’ pesante, per le conseguenze sulla sicurezza degli Stati Uniti e non solo, e’ l’altro “legacy shopping” che ha in cantiere Obama: l’accordo nucleare con Teheran. La sicumera del regime iraniano, che non vuole le ispezioni mai e pretende i soldi delle sanzioni subito, ha per ora costretto Kerry a non firmare entro il 30 giugno, che era la scadenza “ultima”. Ora le delegazioni ai colloqui si sono prese altro tempo, fino al 7 luglio. Obama ha detto che potrebbe abbandonare l’idea se non ci saranno le condizioni minime per far passare una “buona intesa”. Il fatto e’ che sara’ lui l’arbitro della “bonta’” dell’accordo, ed e’ tanto affamato di “eredita’ storica” che alla fine cedera’ sui punti cardinali pur di essere ricordato come chi ha firmato il patto con gli ayatollah radicali dell’Iran. Anche in questo caso chiudera’ decenni di guerra diplomatica (e peggio) con un regime ostile che resta ultranemico dell’America, e lo fara’ in cambio di parole vuote. Qualcuno dovrebbe ricordargli che anche Neville Chamberlain, ministro inglese, e’ entrato nella Storia per un accordo: quello di Monaco del 1938, con Hitler e Mussolini.


di Glauco Maggi 
twitter @glaucomaggi

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Libero Quotidiano

Caratteri rimanenti: 400

Commenti all'articolo

  • afadri

    15 Luglio 2015 - 22:10

    Speriamo passi in fretta questo periodo di governo Obama e soprattutto che non si possa più ricandidare. Certo che l'accordo con Iran e adesso vorrebbe la Corea del Nord, la dicono lunga sul suo progetto politico.!

    Report

    Rispondi

blog