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Scrittori che conosco/1 - Alessandro Golinelli

Il duro lavoro di vivere controcorrente

Essere omosessuali e di sinistra, ma non conformisti, rende dura l'esistenza

9 Luglio 2015

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Il duro lavoro di vivere controcorrente

Alessandro Golinelli

Conosco Alessandro Golinelli dal 1994, cioè da quando era circa trentenne, biondo con gli occhi azzurri, non molto alto, ma di corporatura robusta. Barbara Alberti di lui mi disse che era “un torello”. A distanza di anni è diventato meno biondo e più rotondo.

Di lui allora sapevo solo che era omosessuale, e molto dichiarato, dato che lo diceva in televisione un giorno sì e l’altro no, essendo un ospite costante del Maurizio Costanzo Show.Aveva scritto il suo primo romanzo pubblicato, Basta che paghino (Mondadori, 1992). Una storia semiautobiografica di marchettari nella notte milanese.

 Questo bastava e avanzava a fare di lui ai miei occhi un personaggio maledetto e forse anche pericoloso. Ma ebbi il coraggio di telefonargli (a casa, allora c’erano gli elenchi telefonici), per congratularmi con lui dopo che lo avevo guardato, in televisione, fare a pezzi un romanzetto di Rosa Giannetti coniugata Alberoni Francesco, con il sociologuru che alzava le terga e spariva, parecchio inasprito, dietro le quinte, con un Costanzo che lo richiamava quasi beffardo, invano. Mi ero sentito di fargli i complimenti, a Golinelli, sapendo benissimo che il suo comportamento lo emarginava agli occhi dalla comunità ufficiale degli scrittori sindacalizzati con la patente in tasca.

Il suo libro era stato un successo, e lui ne aveva già scritto un altro. Peccato che avesse difficoltà a pubblicarlo. Poi è finita che glielo ha pubblicato la casa editrice ES. E anche un altro. Così siamo diventati amici. Degli omosessuali ne sapevo poco. Lui mi ha un po’ spiegato quel mondo. Ho capito che tra loro si chiamano froci senza tante ipocrisie linguistiche. Ho saputo che anche nel loro cosmo ci sono il bene e il male, il buonismo e il razzismo, l’intelligenza e l’idiozia. Che ormai il coming out è un rito in molti casi non traumatico. Non mi ricordo di avergli mai sentito dire che froci lo siamo un po’ tutti, un’argomentazione bizzarra di molti gay, soprattutto quelli militanti.

 Alessandro è meglio se non beve, perché quando beve gli viene fuori un umore un po’ storto. Cioè, non ha la ciucca cattiva, ha la ciucca triste, il che prevede spiacevoli effetti collaterali, tipo che una volta a Piacenza, in trattoria, dopo che si era bevuto quasi due bottiglie di vino, ha messo in tasca la mancia della cameriera. Poi al ritorno verso Milano, per fortuna guidavo io, ha sostenuto con fermezza la tesi per cui Milano galleggerebbe su un’enorme piattaforma rocciosa (non ha precisato la componente minerale).

È una delle persone più generose che io abbia mai incontrato nel molle ambientino dei letterati. Essendo egli persona di sinistra non solo a chiacchiere, l’ho visto aiutare parecchia gente, e ovviamente pochi gliene sono stati grati, e lo vedo oggi far fatica a trovare quel minimo di tranquillità che ci vuole per scrivere. È stato lui a insegnarmi che il più delle volte, pubblicato un libro, “non succede niente”.

 È vero per quelli che sono poco intriganti, mentre per gli sgomitoni è diverso. Loro impiegano due settimane a scrivere un libro e il resto della vita a cercare di venderlo. Stanno sempre in mezzo, abusivi della letteratura, a spartirsi recensioni, premi, apparizioni ai festival, alle sagre, alle fiere. Mentre quelli vanno a cena con i direttori editoriali e gli assessori e i membri delle tristi confraternite delle terrazze e dei balconi, delle giurie, dei comitati, Golinelli va a cena con i suoi amici, in posti economici che conosce lui, dove mangia tantissimo e a tutta velocità, come il Diavolo della Tasmania.

Due dei suoi ultimi romanzi parlano del Nordafrica. Le rondini di Tunisi (Marco Tropea, 2005) è un libro scritto in stato di grazia. Per lo stile, lo considero il suo migliore (L’elenco completo dei suoi lavori è in rete: https://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_Golinelli) L’ultimo, del 2014, è Una rivoluzione, ambientato in Egitto, fra irreali resort turistici e la piazza bollente del Cairo nella rivolta fallita del 2010.

 Alla fine degli anni Novanta scrisse un libro di 800 pagine, Come ombre (Il Saggiatore, 1999), una storia di ragazzi e di ragazze. Viveva in zona Porta Venezia e lavorava su un tavolo di cristallo di Starck, un pezzo bellissimo che poi ha venduto via via che traslocava in altre case. Raramente ho visto qualcuno impegnarsi come lui, anche quando si è autoprodotto un lungometraggio, Al campetto, una storia urbana girata in un rettangolo di cemento sotto casa.

Se avesse capitalizzato il successo e la notorietà degli esordi, facendo il furbo, oggi i suoi libri starebbero sotto gli occhi di tutti. Invece è la dimostrazione vivente di quanto si paga a dire quello che si pensa, e prima di tutto a pensare. E lui, per le sue opinioni libertarie, espresse talvolta forse con virulenza eccessiva,  di certo ha pagato. Mi sa che è per questo che siamo rimasti amici.

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Paolo Bianchi

Paolo Bianchi

Paolo Bianchi è nato a Biella nel 1964. Ha pubblicato "Avere trent'anni e vivere con la mamma" (Bietti, 1997), "Uomini addosso" (ES, 1999), "Il mio principe azzurro" (ES, 2001, con Igor Sibaldi), "La repubblica delle marchette" (Stampa alternativa 2004, con Sabrina Giannini), "La cura dei sogni" (Salani, 2006), "Per sempre vostro" (Salani, 2009), "Inchiostro antipatico. Manuale di dissuasione dalla scrittura creativa (Bietti, 2012). Ha scritto per riviste e quotidiani, fra questi ultimi "Il Foglio". "Il Giornale" e, dal marzo 2010, "Libero". Lavora anche come traduttore letterario.

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