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La fine dei salotti radical certificata da Pincio

Lo scrittore romano e il demi monde degli intellettuali di sinistra

13 Luglio 2015

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La fine dei salotti radical certificata da Pincio

Una delle frasi più belle dell’ultimo romanzo di Tommaso Pincio, Panorama (NNE, pp. 198, euro13) è la frase finale: «Dall’idea che mi sono fatto di Tondi, ritengo però che abbia pensato a Kafka e al mattino successivo, a come sarebbe apparsa, a coloro che l’avrebbero vista, questa nostra città: un andirivieni infini- to di persone e veicoli, perché alla fine questo resta di noi, l’andirivieni altrui».

Ottavio Tondi è il protagonista disfunzionale di una storia che parla soprattutto di lettura come condizione dell’esistenza. Attenzione: la lettura, non la scrittura. Perché Tondi è un giovanotto con nessuna ambizione di scrivere, ma una brama ardente di leggere. L’esatto contrario di quanto avviene nel mondo. Rinuncia a una sicura professione, pur di continuare a leggere. Diventa un ciccione da divano. Per sua fortuna trova un’occupazione conforme ai suoi interessi: fa il lettore di manoscritti per una prestigiosa casa editrice dalle copertine bianche (chiaramente l’Einaudi). La Bianca, dice il narratore, è di gran lunga il marchio più ambito da tutti gli autori italiani, esordienti e no (il fatto che lo stesso Pincio ci abbia pubblicato alcuni libri non sembra del tutto casuale).

Comunque, il nostro eroe legge e legge, e la sua abitudine è una tale eccezione da trasformarsi in una notizia, e la notizia fa di lui un personaggio. Le sue letture silenziose diventano delle specie di performance artistiche, degli eventi di moda e di massa.

Nella vita privata invece Tondi è a dir poco sfigato. Non ha amici, non conosce donna. Lui, così refrattario alla tecnologia da non possedere nemmeno un cellulare, viene catturato da un perverso social network (qualcosa di molto simile a Facebook, che qui si chiama Panorama), e inizia una relazione con una ragazza fantasma, tale Ligeia Tissot.

Il protagonista è un disadattato. Fuori dai libri, non ha una vera vita. Guarda il mondo con sbigottimento: «... andava aumentando un nuovo tipo di umanità, sempre armata di un dispositivo portatile, in costante contatto con la cosa fluida. Persone la cui principale preoccupazione sembrava quella di avere qualcosa da guardare o digitare. In quelle mattonelle luminose che la gente portava sempre con sé scorgeva la fine di un’epoca, la sua».

È la fine di un’epoca anche per l’autore, il quale ha compiuto tutto il cursus honorum degli intellettuali romani della sua generazione. Scuole d’arte (fa anche il pittore), soggiorni negli Stati Uniti, ammirazione anche un po’ esagerata per i modelli americani (dacché si chiamava Marco Colapietro, si è mutato il nome in Tommaso Pincio in onore di Thomas Pynchon, inafferrabile autore americano di culto). Ha scritto su Repubblica e Il manifesto. Ha pubblicato con minimum fax, apice dell’editoria romana moltissimo autoriferita.

Conosce l’ambiente, dicimo, tanto da scrivere: «Prima di allora Tondi era un perfetto sconosciuto anche per il mondo editoriale, cerchia di incestuosa angustia dove il non conoscersi tra addetti ai lavori era fantascienza».

Se non abbiamo capito male, il romanzo si regge su du temi principali: la condanna ad appartenere al mondo dei libri e la fascinazione torbida per gli amori virtuali. Intorno ci sono una città di Roma cinica e decadente fino allo stereotipo, e squarci di una sessualità malata.

La scrittura è precisa, forbita, solo a tratti forse impersonale, ed è densa di citazioni e riferimenti colti. Abbiamo Kafka, abbiamo Edgar Allan Poe, abbiamo Ernst Jünger, il filosofo utilitarista Jeremy Bentham, e così via. Inoltre la voce narrante di tut- ta la storia è quella di un autore di successo e che si firma con lo pseudonimo di Gloria Stupenda. Evidente il riferimento alla scrittrice Elena Ferrante, autrice o autore dall’identità ufficialmente ignota. In mezzo, e come divertissement, Pincio cita persone viventi, tutte da salotto buono della cultura, da Antonio Gnoli a Teresa Ciabatti.

Il suo è un libro scritto con sicuro mestiere e che lascia arrivare il lettore fino in fondo senza fatica. Le scene si susseguono avanti e indietro nel tempo, nell’arco della vicenda umana del protagonista. L’ «andirivieni» del finale, un finale necessario, è il suo, quello altrui, e quello dei libri di tutti coloro, forse sempre meno, che non possono fare a meno di leggere, pur sapendo che è ora più che mai un’abitudine insana, per non dire pericolosa.

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Paolo Bianchi

Paolo Bianchi

Paolo Bianchi è nato a Biella nel 1964. Ha pubblicato "Avere trent'anni e vivere con la mamma" (Bietti, 1997), "Uomini addosso" (ES, 1999), "Il mio principe azzurro" (ES, 2001, con Igor Sibaldi), "La repubblica delle marchette" (Stampa alternativa 2004, con Sabrina Giannini), "La cura dei sogni" (Salani, 2006), "Per sempre vostro" (Salani, 2009), "Inchiostro antipatico. Manuale di dissuasione dalla scrittura creativa (Bietti, 2012). Ha scritto per riviste e quotidiani, fra questi ultimi "Il Foglio". "Il Giornale" e, dal marzo 2010, "Libero". Lavora anche come traduttore letterario.

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