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Complimenti per la trasmissione

Spie al ristorante, ovvero: non guardate mai nelle cucine...

Il programma sulle delazioni nelle trattorie Usa

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Spie al ristorante

Nader Marcos è un ristoratore della provincia Usa, tozzo, disperato, e dotato di baffoni, occhiaie e gestualità prese di peso dal film Il mio grosso grasso matrimonio greco.
Nella sua trattoria allargata, una streak house con specialità del Peloponneso, si sta consumando un dramma: i costi aumentano, i clienti diminuiscono, l’inefficienza è benzina per il fuoco del malcontento. Cosa fare? Ma, naturalmente, chiamare “Charles Stiles, il presidente fondatore della Business Evaluation Service, una compagnia di mystery shoppers che si occupa di indagare i dipendenti di negozi e ristoranti” ; installare microspie e microfoni direzionali dappertutto, come fosse alla Casa Bianca; prendere in castagna i responsabili (nel caso di Nader era Steve il caposala che accendeva flambè pericolosissimi, spaccava i piatti e invitava gli amici suoi a gozzovigliare durante la chiusura). E farne un factual di successo, Spie al ristorante (Fine Living can.49 digitale, domenica terza serata) che soccorre gli esercizi in difficoltà. Quando, a notte fonda incappo in Spie al ristorante, col capo e due ragazzine spudorate sempre sotto copertura, e come se vedessi una Mission Impossibile affidata a quelli dell’Adecco –i demiurghi del lavoro interinale- invece che a Tom Cruise. Sia che scopra che l’ “impiegata del mese” in realtà sabota il lavoro dei colleghi e insulta i clienti; sia che accerti che il barista, di nascosto, consuma le scorte di Whiskey; sia che certifichi che il cameriere fa pubblicità occulta per altri locali, Spie al ristorante dà l’idea di muoversi su sceneggiature collaudatissime. C’è sempre il dramma iniziale del proprietario, l’individuazione di un colpevole talmente colpevole da non essere vero, e l’agnizione (“Non posso crederci, l’ho trattato come fosse un figlio…”) completa di licenziamento e/o rieducazione del reo a cui si concede una seconda chance.
Come spettatore, la mia parte raziocinante mi dice che tutto è assolutamente finto, che la recitazione sfiora il grottesco e che una boiata del genere poteva funzionare soltanto in America. Poi, però, prevale la fascinazione del trash, il voyeurismo che ti spinge a rovistare dietro al bancone; e mi ciuccio tutto il programma finchè Charles Stiles non cazzia i colpevoli con un ghigno da Chuck Norris. Aveva ragione mio nonno: mai sapere cosa accade nelle cucine…

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