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Il caso

Hillary Clinton nei guai: l'Fbi indaga sulle sue email

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Hillary Clinton nei guai: l'Fbi indaga sulle sue email

New York. Adesso, piu’ che della crescita nei sondaggi dei consensi all’avversario Bernie Sanders o della possibilita’ che entri in lizza anche il vicepresidente Joe Biden, Hillary deve preoccuparsi dell’FBI. Dopo che i rapporti degli ispettori del Dipartimento di Stato e dei Servizi di Intelligence al ministero della Giustizia avevano evidenziato la presenza di centinaia di emails di contenuto politicamente rilevante (di cui almeno 4 definite come classificate) nel server privato “non protetto” che la Clinton aveva installato a casa sua a Chappaqua (NY), gli agenti dell’FBI hanno cominciato a indagare sulla sicurezza dell’intero set informatico personale della candidata DEM. La prima mossa e’ stata contattare la ditta tecnologica Platte River Network, con base a Denver, che gestiva “il sistema unusuale” di comunicazioni digitali, per usare il termine del Washington Post che ha sbattuto in prima pagina gli ultimi sviluppi dell’indagine. La settimana scorsa, poi, gli agenti hanno interrogato l’avvocato di Hillary, David Kendall, per avere dettagli sulla sicurezza del “thumb drive” (o penna USB) in suo possesso che contiene copie delle email di lavoro spedite dalla ex segretaria di stato quando era in carica. Il timore e’ che alcune informazioni “sensibili” siano finite al di fuori del controllo governativo e siano “compromesse”.

Finora la Clinton non e’ stata accusata di alcun crimine, ha detto ai giornalisti Kendall, secondo cui “il governo sta cerando assicurazioni sull’immagazzinamento di questi materiali e noi stiamo cooperando”. La formalizzazione dell’inchiesta aggrava comunque la posizione della Clinton, pero’, perche’ la questione del server non puo’ che riservare in futuro novita’ negative. Alla base, infatti, c’e’ l’uso improprio di un canale alternativo di stoccaggio delle emails rispetto a quello stabolito dal governo per chiunque abbia posizioni ufficiali.

Lo scopo del marchingegno atipico e’ evidente e duplice: “copertura” interessata da parte di Hillary delle informazioni scambiate all’interno e all’esterno, ed eliminazione della possibilita’ di accesso successivo alle emails, che la legge prevede ai fini della trasparenza degli atti governativi. Era stata proprio la ricerca degli scambi dell’allora segretario di stato sui particolari dell’attacco al console libico a Bengazi, effettuata dai funzionari del Dipartimento di Stato di JohnKerry nei propri archivi nell’estate del 2014 per rispondere alle audizioni congressuali, a far emergere la procedura irregolare: il fascicolo che avrebbe dovuto contenere la documentazione del periodo, sotto la Clinton, era vuoto.

La portavoce di Hillary, Nick Merrill, non ha voluto commentare l’azione dell’FBI, e in un comunicato ha solo ribadito che la Clinton “ non ha mandato ne’ ricevuto emails che al tempo erano classificate”. Nell’ottobre del 2014 il Dipartimento di Stato chiese a 4 ex segretari di stato di consegnare le emails in loro possesso, e in dicembre Hillary diede 55mila pagine delle sue lettere, in forma stampata e redatta, sostenendo che erano tutte quelle con contenuto “pubblico”. Ammise pero’ anche che aveva provveduto a distruggere altre 30mila emails che, a suo giudizio, erano “personali”. Fu a quel tempo che emerse la bugia clamorosa degli scambi con il marito: lei disse di aver cancellato tutte le emails scambiate con Bill, ma l’ex presidente aveva in precedenza affermato che aveva spedito solo un paio di emails in vita sua.

Secondo i critici della Clinton, l’idea del server privato aveva l’obiettivo di mantenere le sue comunicazioni al di fuori della possibilita’ di esame da parte degli investigatori governativi, dei senatori e dei deputati delle Commissioni Congressuali e delle corti di Giustizia. Il presidente della Commissione Giustizia del Senato, Charles E. Grassley (dello Iowa) ha scritto una lettera il 24 luglio al direttore dell’FBI James B. Comey chiedendo quali misure il suo ufficio aveva preso per assicurarsi che le informazioni contenute nel “thumb drive”, e che una volta erano nel server privato della Clinton, fossero state appropriatamente messe sotto protezione. Un funzionario del Dipartimento di Stato ha detto che quando il ministero aveva identificato in maggio il materiale classificato nelle emails della Clinton erano state date istruzioni ai suoi legali di “prendere adeguate misure per assicurare fisicamente le emails”.

Quando, in marzo, il New York Times per primo rivelo’ l’uso del server privato in casa sua per gestire tutte le sue comunicazioni, Hillary disse che l’aveva fatto per la comodita’ di avere un solo cellulare. Lo scandalo delle emails promette di essere una nube costante nel cielo della campagna di Hillary. Infatti, per rispettare la legge della Informazione sugli Atti Governativi che obbliga le agenzie a fornire il materiale pubblico archiviato agli organi di stampa che ne fanno richiesta, il Dipartimento di Stato deve rilasciare tutte le emails avute dalla Clinton e ora in suo possesso, e ha promesso di farlo a tranche mese dopo mese. Con cio’ e’ assicurato che il coltello delle emails malandrine restera’ nella piaga fino al 2016: le future emails potranno magari anche riservare indiscrezioni negative, che faranno male, ma di sicuro non diminuira’ il 57% degli americani che ora la giudicano “non onesta e non degna di essere creduta”, un giudizio severo dovuto in larga parte proprio al brutto pasticcio del server irregolare.

di Glauco Maggi
@glaucomaggi

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Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011), Guadagnare con la crisi (2013), Trump Uno di Noi (2016). Politica ed economia. Autori preferiti: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

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