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Trend negativo

Il fallimento del sindacato americano

Sempre meno adesioni alle Union, decisive nell'elezione di Barack Obama alla Casa Bianca

Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011). Politica ed economia. Maestri: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

Il fallimento del sindacato americano

di Glauco Maggi 

Il sindacato americano ha un peso politico sproporzionato alla sua reale presenza nelle fabbriche e negli uffici: nel 2012 gli iscritti erano l’11,3% di tutti i lavoratori pubblici e privati, ma con i contributi versati alle campagne elettorali dei democratici hanno aiutato decisamente Obama a riprendere la Casa Bianca. Ma il trend delle adesioni appare inarrestabile, e siamo oggi alla percentuale più bassa da un secolo, dimezzata rispetto al livello di tre decenni fa. Nei settori industriali maturi, auto e acciaio per esempio, che una volta erano roccaforti delle Union con milioni di dipendenti sostanzialmente obbligati a iscriversi, non si può che immaginare una progressiva riduzione dei ranghi. Altro trend che butta male per i sindacati è quello degli Stati, in aumento recentemente con l’aggiunta di Wisconsin e Michigan, in cui i parlamenti locali hanno votato leggi “per il diritto a lavorare”. Il termine indica l’opposto della accezione italiana, perché non vuol dire che c’è il diritto ad avere un posto e uno stipendio, a prescindere dal fatto che siano sostenuti o meno da una attività profittevole. Significa che l’azienda ha il diritto di fare l’azienda, dando lavoro, e che i sindacati possono formarsi sui posti di lavoro dopo una elezione interna in cui devono raccogliere oltre il 50% dei voti dei lavoratori: quando sono riconosciuti, possono farsi pagare ma solo tra chi vuole prendere la tessera. Negli Stati “senza il diritto al lavoro”, invece, i datori trattengono le quote di tutti per conto del sindacato, e le versano ogni mese. Non a caso, quando in uno Stato è ripristinata la libertà di avere o no la tessera e di pagare o no i contribuiti come conseguenza, il numero degli aderenti-pagatori crolla, come sta avvenendo in Wisconsin. 

Le Union, per correre ai ripari, stanno cercando “diversificazioni produttive”, cioè settori nei quali poter rastrellare iscritti e sopravvivere. The United Food and Commercial Workers, che è uno dei sindacati maggiori con 1,3 milioni di membri negli Stati Uniti, ha cominciato ad organizzarsi, e a rappresentare, i dipendenti degli studi e degli ambulatori dove si prescrive e vende la marijuana. Dopo che il Colorado e lo Stato di Washington hanno legalizzato con i referendum del novembre scorso l’uso della cannabis per “ricreazione”, ci si aspetta un boom di aperture di “drogherie” di ultima generazione nei due Stati, e l’ Union delle catene commerciali (la UFCW in sigla) si prepara, anche perché altri Stati sono pronti a liberalizzare la marijuana per divertimento. 

Intanto, la UFCW rappresenta già i dipendenti di tre sedi californiane per la distribuzione della “erba terapeutica”, e ha in corso il proselitismo in altri 49 studi. Ma sono punte d’iceberg: in totale, il sindacato sostiene di aver già 3mila tesserati a livello nazionale, perché l’uso medicinale dell’erba è già consentito in 18 stati e nel distretto di Columbia della capitale Washington da tempo. 

In 3 anni, il comparto della marijuana peserà per un giro d’affari da 9 miliardi, secondo Sea Change Strategies, una società indipendente di ricerche citata da Matt Patterson, membro del Competitive Enterprise Institute, in un recente editoriale sul New York Post. Le speranze di ripresa del sindacato americano vanno in fumo, insomma, non è più una utilizzabile come battuta perché è la fotografia dell’ultima spiaggia.

 

 

 

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