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Noir scandinavo

"Così ho continuato la saga di Millennium"

Intervista a David Lagercrantz, che ha aggiunto il quarto capitolo all'opera dello scomparso Stieg Larsson

26 Settembre 2015

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"Così ho continuato la saga di Millennium"

David Lagercrantz

L’incombenza di scrivere. È quella che ha avuto David Lagercrantz, giornalista svedese a cui è stato chiesto di proseguire, con un quarto volume, la trilogia Millennium di Stieg Larsson, una delle serie di romanzi gialli-noir più popolari di sempre, interrotta dalla morte improvvisa dell’autore, nel 2004, per infarto, dopo una rampa di scale in salita. Al Festivaletteratura di Mantova Lagercrantz arriva da
vincitore. Ha completato in tempo record il suo The Girl in the Spider's Web, da noi Quello che non uccide (Marsilio), già il più venduto questa settimana anche in Italia. Ieri il teatro sociale era pieno, e quando lui è entrato, magro, pallido, ascetico, tradendo nel volto mobile e nervoso la sua eccitazione, sapeva benissimo di essere di fronte a centinaia di fans del suo predecessore.


Sono molti i casi di prosecuzione di una storia o di un personaggio letterario di grande fortuna, in tutti i campi. Sono i protagonisti a vivere di vita propria, anche indipendentemente da chi ne racconta le gesta. Presentato da Roberto Costantini, giallista nostrano di grande talento, Lagercrantz ha dovuto rompere il ghiaccio spiegando proprio che cosa aveva fatto di Mikael Blomkvist e di Lisbeth Salander, il
giornalista d’inchiesta e la pirata informatica che si cacciano nei guai per migliaia di pagine.
Febbricitante (in senso letterale) e annunciando la sua natura di «nevrotico purosangue», Lagercraintz, che è comunque un giornalista noto e ha già pubblicato la biografia del calciatore Ibrahimovic, spiega come ha affrontato questa prova: «Sono partito dalla trilogia, naturalmente, cercando tutti i fili della
trama che risultavano ancora aperti. Una ricerca lunghissima, ma mi sono aiutato con la versione in pdf del testo. Così potevo fare più rapidamente le ricerche, avanti e indietro. Lavoravo su un computer non connesso a Internet, perché non uscissero, magari per errore, anticipazioni del mio lavoro».


In dieci anni il mondo è cambiato...


«Sì, specie se si considera che le inchieste di Blomkvist e Salander si svolgevano molto per via informatica, e nel frattempo la tecnologia si è sviluppata. Una cosa però Larsson aveva anticipato: l’evoluzione del razzismo nella società. Ho escogitato un personaggio che io, come giornalista, avevo incontrato nella realtà: un bambino autistico, molto dotato nel disegno, che poteva essere stato testimone di un delitto».


Una figura speculare rispetto a Lisbeth?


«Sì, dato che anche lei è a dir poco problematica... Per la verità ha proprio una personalità da incubo, piena di complessi e di traumi».


Lei ha una formazione da cronista di nera. Qual è il suo retroterra letterario?


«Mio padre era un intellettuale, mi faceva leggere Proust e Dante. Ho letto poi moltissimi romanzi di genere, e trovo che il giallo sia come un dolce, che uno divora e poi magari gli resta sullo stomaco. Il mio ideale è piuttosto qualcosa che si avvicini al Nome della rosa di Umberto Eco. Unione di temi sociali e quotidianità. Il mio lavoro risente del fatto che non ho la fantasia sfrenata che vorrei. Perciò
mi documento a partire dalla vita reale. Ho usato per esempio il caso di un inventore svedese a cui erano state rubate straordinarie invenzioni tecnologiche.Poi sono riuscito a contattare pirati informatici. Ho capito quanto sia possibile sorvegliare gli altri in rete».


Aveva visto i film tratti dal libro?


«Non li ho guardati prima, per non farmi influenzare».


Crede che proseguire un personaggio, dopo che l’autore è morto senza lasciare disposizioni, sia eticamente corretto?


«Sì, anzi le dirò di più. Vorrei creare io un personaggio che mi sopravvive. E poi guardi
Sherlock Holmes. Sarebbe stato davvero triste se nessuno ne avesse proseguito le gesta».


Esiste anche in Svezia un gusto magari morboso, sostenuto dai media, per delitti particolarmente crudi?


«È esistito fino a qualche anno fa, ora un po’ meno. Sono trattati dai tabloid più che in tv. In
particolare i casi di delitti insoluti. Se poi è l’assassinio di una giovane donna, d’estate, beh, allora lì ci si buttano».


Proseguirà la carriera di giornalista?


«Farò libri di non fiction. Così come sono convinto che alla letteratura possa giovare l’approccio giornalistico,  così penso che al giornalismo faccia bene l’abilità letteraria».


La compagna di Larsson, Eva Gabrielsson, non essendo sposata con lui è stata estromessa dalla successione. Ma è in possesso degli appunti di lui, che intendeva proseguire la serie. Come avete fatto?


«Non c'è stato un accordo con la famiglia. Io lei non l’ho incontrata. Non ho mai potuto vedere quegli appunti.Credo che la Fondazione Larsson abbia intenzione di andarle incontro. Per quanto mi riguarda, le auguro tutto il bene possibile».

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Paolo Bianchi

Paolo Bianchi

Paolo Bianchi è nato a Biella nel 1964. Ha pubblicato "Avere trent'anni e vivere con la mamma" (Bietti, 1997), "Uomini addosso" (ES, 1999), "Il mio principe azzurro" (ES, 2001, con Igor Sibaldi), "La repubblica delle marchette" (Stampa alternativa 2004, con Sabrina Giannini), "La cura dei sogni" (Salani, 2006), "Per sempre vostro" (Salani, 2009), "Inchiostro antipatico. Manuale di dissuasione dalla scrittura creativa (Bietti, 2012). Ha scritto per riviste e quotidiani, fra questi ultimi "Il Foglio". "Il Giornale" e, dal marzo 2010, "Libero". Lavora anche come traduttore letterario.

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